Cinque terre

La zip del giubbotto di pelle non si allacciava più con la stessa facilità di prima e questo lo innervosiva più di quanto avrebbe creduto.
I guanti nuovi avevano la stessa colorazione degli stivali, entrambi regali scelti da Enrico, uno dei suoi due più cari amici, probabilmente gli unici.
Non aveva indossato la tuta per intero, la passeggiata fuori Roma che avevano organizzato non era impegnativa al punto di bardarsi come un astronauta, i jeans neri erano più che sufficienti.
Prima di infilare il casco aveva girato la chiave e, spinto il pulsante rosso dell’accensione, era rimasto, come al solito, per qualche istante, ad ascoltare il rombo del bicilindrico Suzuki, reso ancor più cupo dallo scarico in titanio.
Abbassata con una levetta la visierina scura interna, era uscito lentamente dal cortile di casa.
Era l’inizio di Aprile, caratterizzato da una temperatura e un sole quasi perfetti; era in anticipo per l’appuntamento con gli altri, perciò si godeva la strada facendo un po’ di slalom fra le poche auto in giro di sabato mattina.
Solito caffé e solite, ipocrite, raccomandazioni.
“Allora andiamo tranquilli, ok?”
“Sì, certo, non ho voglia di correre e poi ho le gomme quasi finite”
Sorrideva, pensando a tutte le volte che aveva sentito le stesse affermazioni, regolarmente smentite all’arrivo delle prime curve appena impegnative.
Qualcuno, spesso proprio lui, a un certo punto decideva di provare a “piegare” un po’ di più, di affrontare quel tornante un po’ più veloce…
Stavolta, invece, sembrava proprio che nessuno volesse forzare l’andatura, erano arrivati in Valnerina ancora in gruppo.
Stavano procedendo tranquilli, avevano appena superato le cascate delle Marmore, quando, nello specchio, vide il faro di una moto che stava sorpassando gli ultimi della fila.
Il modo aggressivo di farlo gli fece capire che non si trattava di uno dei suoi amici, risvegliando contemporaneamente lo spirito di competizione caratteristico di ogni motociclista.
I suoi sensi erano allertati quando la Ducati lo aveva sorpassato.
C’era qualcosa di strano nel pilota, non era riuscito a vederlo bene, era incuriosito.
Un rapido sguardo nel retrovisore sinistro, un po’ di gas per andare a riprendere il fuggitivo, incitato anche dai pollici alzati dei suoi amici.
L’altra moto era sparita, a causa della tortuosità di quel tratto di strada, ma non ci vollero che un paio di minuti per ritrovarsela davanti a un centinaio di metri.
Due particolari colpirono la sua attenzione, i capelli biondi e ricci che spuntavano dal casco coloratissimo agitati dal vento e l’abilità nella guida; la somma delle due cose lo attirava magneticamente.
S’era avvicinato ancora, quando vide distintamente la testa della biker piegarsi leggermente verso sinistra per controllare cosa stava arrivando alle sue spalle.
Una rapida scalata di marcia e l’acceleratore più aperto erano un’evidente sfida, una provocazione.
“Ok” pensò Federico scalando a sua volta “vediamo cosa sai fare”
La ragazza sembrava conoscere piuttosto bene la strada, vista la sicurezza con cui affrontava le curve, ma anche lui l’aveva percorsa moltissime volte, perciò si disse che non le sarebbe stato possibile seminarlo, ma, al tempo stesso, lui avrebbe faticato non poco a riprenderla e sorpassarla.
I chilometri seguenti li videro impegnati in una sorta di danza sulle ruote, un gioco che assomigliava al rito di corteggiamento di alcuni uccelli, nel quale è sempre chiaro chi è il soggetto dominante.
La razionalità avrebbe dovuto suggerirgli di rallentare, invertire la marcia e raggiungere il gruppo e Federico era una persona assolutamente razionale, misurata, che aveva sempre la situazione sotto controllo.
Stavolta però, l’istinto aveva stipulato un patto d’alleanza con la logica, quindi non ebbe esitazioni nel seguire la Ducati quando vide che deviava verso Perugia.
“Al massimo farò poi uno squillo per avvertire che va tutto bene” pensava.
Acquasparta, Todi, sì, la direzione era quella che aveva immaginato.
La danza continuava, ora, capita la direzione, aveva aumentato un po’ l’andatura, riuscendo a sorpassare l’altra moto in modo deciso.
Aveva giocato d’azzardo, lei poteva benissimo girare in una qualsiasi delle stradine che stavano incontrando, ma qualcosa gli diceva che almeno sino a Perugia, forse anche oltre, l’avrebbe seguito.
Come spesso accadeva, non s’era sbagliato, ma, avvicinandosi al capoluogo umbro, le lasciò strada, per capire quale sarebbe stata la destinazione finale.
Guardando la strumentazione, s’era accorto che di lì a poco avrebbe dovuto fermarsi per mettere benzina; il pensiero di interrompere quel gioco lo infastidiva e, in parte, lo preoccupava.
L’accensione della freccia destra della moto che lo precedeva gli fece capire che, obbedendo ad una richiesta non espressa, lei stava per fermarsi in un’area di servizio.
Nessuno dei due si tolse il casco, intenzionalmente.
La danza ora diveniva un fitto gioco di sguardi, Federico aveva la certezza che lei stava sorridendo come, d’altronde, anche lui stava facendo.
Attraverso quella feritoia, versione tecnologica dell’elmo di un cavaliere medievale, poteva scrutare gli occhi scuri e profondi, le ciglia lunghe, un accenno di trucco a disegnarli.
Nel breve spazio di tempo concesso dal rifornimento, gli sembrò che si fosse stabilito un contatto, una linea di comunicazione fra le loro menti s’era aperta e non si sarebbe richiusa tanto presto.
L’operazione di pagamento col bancomat le portò via qualche istante, perciò Federico era ripartito prima, ma molto lentamente, aspettandola.
Passandogli accanto gli fece un fugace cenno d’intesa, la danza riprendeva.
Superarono Perugia, direzione lago Trasimeno.
Nonostante fosse concentrato nella guida, visto il ritmo che lei imponeva, la sua mente iniziava a proiettargli negli occhi immagini a lui familiari, senza che potesse far nulla per impedirlo.

L’asfalto grigio si confondeva con la fotografia di una stanza in penombra.
Addossato al centro della parete di fronte un letto in ferro battuto molto semplice sul quale scendeva morbido un tulle appeso al soffitto di travi antiche, di fianco un grande canterano di legno scuro con i cassetti semiaperti sul quale erano poggiate bottigliette di vetro colorato, un paravento fatto con teli di lino grezzo, il pavimento di cotto, nessuna fotografia o immagine né sul canterano né alle pareti.
Al centro della stanza lei, di spalle.
Il casco poggiato in terra aveva liberato i capelli lunghissimi, il giubbotto stava scivolando anch’esso a terra.
La maglia bianca era aderente, niente reggiseno, jeans scoloriti, piedi nudi.
Federico aveva poggiato anche il suo casco in terra, gettandoci sopra il suo giubbotto, senza distogliere lo sguardo dalla figura che aveva davanti.
Voltandosi s’era tolta la maglia, scoprendo il seno piccolo, con piccoli capezzoli chiari, con un gesto s’era poi sfilata i jeans, rimanendo completamente nuda, gli occhi a fissare un punto indefinito del pavimento.
“Eccomi, ti stavo aspettando, temevo non saresti mai arrivato”
“Sono qui, ho udito il tuo richiamo, il tuo invito, la tua preghiera”
“La ricompensa per aver esaudito la mia supplica sarà la mia devozione”
Fece un passo e s’inginocchiò davanti a lui portando le mani in grembo, in attesa.
La mano di lui, poggiata sulla testa, era il segno della sua accettazione e dell’imposizione della sua volontà.
Spontaneamente, come obbedendo al suo primo ordine non manifesto, iniziò a togliergli gli stivali, poi i jeans neri e i boxer aderenti.

Il cambio di strada, in direzione di Siena, lo fece tornare alla realtà; si allontanava sempre più da Roma, dai suoi amici, ma non c’era ombra d’esitazione in lui, l’attrazione era sempre più forte.
Poteva sembrare fosse lei a condurre il gioco, a farsi seguire, mentre in realtà era esattamente il contrario, la stava spingendo verso l’unico possibile traguardo di quella corsa dissennata.
Accelerando l’aveva sorpassata, voltandosi a guardarla mentre le era di fianco.
“Non sei ancora stanca, non vuoi cedere?” pensava a voce alta.
Come se avesse potuto udire le sue parole, accelerò anche lei, rimanendogli pericolosamente vicina, poche decine di centimetri dalla sua ruota posteriore.

Una lama di luce filtrava dalle persiane semichiuse e scendeva a tagliare in due la schiena bianca, la pelle levigata.
Il viso di lei toccava quasi terra mentre con le labbra sfiorava i piedi, le caviglie di quell’uomo dal quale ora sentiva di dipendere.
Baciando ora i polpacci risaliva le gambe, sentiva di avere le braccia legate dietro alla schiena, anche se non c’era nulla a costringerle se non il pensiero di compiacerlo, di esaudire il suo volere.
Man mano che si avvicinava, poteva avvertire più intenso l’odore del suo sesso teso, avrebbe voluto sciogliere il nodo mentale che le stringeva i polsi per poterlo accarezzare, stringere, sentirne il calore, il potere, prendersene cura, ma sapeva di dover attendere che lui le concedesse il suo permesso.

A pochi chilometri da Siena s’era lasciato sopravanzare, per darle modo di indicargli la strada che avrebbero percorso.
Si diresse ancora verso nord, Empoli, forse Pisa.
Stava di nuovo per arrivare il momento di fare rifornimento, per cui, poco prima di Certaldo, passò di nuovo avanti lui per entrare alla prima area di servizio che avrebbe incontrato.
La Ducati lo seguì docilmente alla sosta, com’era certo sarebbe accaduto, oramai la certezza dell’infrangibilità di quel filo era evidente.
Dopo aver fatto il pieno, prese la decisione di metterla ulteriormente alla prova, perciò non ripartì subito, ma, spostatosi verso l’ombra di alcuni alberi sul piazzale e tolto il casco, si accese una sigaretta.
Osservandolo s’era avvicinata anche lei agli alberi con la moto e fece evidentemente finta di controllare qualcosa sul motore, senza però togliere il casco.
Accesero le moto nello stesso momento, ancora una volta la lasciò andare avanti.

Era vicinissima ora, con una guancia aveva sfiorato l’asta mentre baciava la pelle del ventre piatto e quel brevissimo contatto le aveva fatto aumentare l’eccitazione, sentiva il calore che dal grembo iniziava a bagnarle le cosce, fino a quel momento strette, serrate.
La mano che accarezzava i suoi capelli li afferrò, procurandole una dolorosa fitta di piacere.
“Apri la bocca”
La voce le esplose nella mente come un lampo estivo improvviso e accecante.
Un attimo d’incertezza, che le sembrò infinito, fu la ragione e la premessa.
Bruciante, emozionante, atteso, il ceffone in pieno viso le fece voltare la testa, le riempì gli occhi di lacrime e la mente di un’euforia intensa.
Immediatamente tornò a girarsi verso di lui aprendo la bocca.
“Perdonami” riuscì solo a dire mentre sentiva il sesso che le scivolava prepotente fra le labbra.

Ad Empoli deviarono sull’autostrada che da Firenze conduce a Pisa e Livorno, dalla targa della Ducati, però, non si poteva capire quale sarebbe stata la destinazione finale.
Il tachimetro ora segnava 180 kmh, sicuramente oltre il limite di legge, ma ancora lontano dal massimo che avrebbe potuto raggiungere la moto.
All’uscita del casello di Pisa, lei prese l’Aurelia, sempre verso nord, verso la Liguria.
“Meno male che il passaporto non è più necessario per entrare in Francia…” pensava Federico ridendo.
L’odore della salsedine era intenso e piacevole ora, lo prese una sottile voglia di lasciarsi cullare dalle onde. Da sempre amava profondamente il mare, aveva appena imparato a camminare quando s’erano incontrati per la prima volta e da troppo tempo non riusciva a concedersi qualche giorno per nuotare o stare sdraiato su uno scoglio.

Due lacrime le rigavano il volto mentre sentiva la stretta ai capelli immobilizzarle la testa e il sesso caldo riempirle la bocca.
Ad ogni pulsazione della guancia arrossata corrispondeva un movimento dei fianchi del suo Padrone, una vibrazione che dalla schiena le scendeva sino all’inguine e un sussulto della sua vagina ormai infiammata di desiderio.
“Le tue mani sono libere, usale, raccogli con le dita la tua linfa profumata e fammene dono”
L’emozione per quell’ordine la fece sussultare, come per incanto il legame che stringeva i polsi s’era sciolto, sentiva i muscoli delle braccia muoversi a fatica, intorpiditi.
Accarezzandosi prima il seno poi il ventre, scese ad aprirsi le gambe con le mani, quasi a forzarle.
Le dita scorsero fra i pochi riccioli chiari del pube, vezzosamente depilato a formare un piccolo triangolo castano, scivolando poi a raccogliere l’umore che era sempre più copioso.
Passando sopra al clitoride ebbe una fitta quasi dolorosa, ma non volle indugiare, ansiosa di obbedire.
Teneva una mano premuta subito sotto l’ombelico mentre portava l’altra verso l’alto, lentamente.
Sentì afferrare il polso e guidare la mano verso il viso dell’uomo che la dominava, le labbra di lui sotto le dita, la barba di tre giorni sul mento, le dita avvolte dalla lingua.

Il sole stava per tramontare quando, superate Viareggio, Massa e Carrara, la Ducati lasciò l’Aurelia scendendo verso Lerici, verso il mare, la corsa giungeva al traguardo e lui era il vincitore.
Il golfo dei Poeti si apriva ora davanti ai suoi occhi, il mare calmo aveva tutte le tonalità del blu, più in basso il porticciolo ancora quasi vuoto.
Entrati nel paese, s’erano diretti verso la rocca e finalmente lei s’era fermata davanti a una palazzina di mattoncini rossi, di due piani, quasi addossata alla pineta, dalla quale si vedeva tutto il golfo, Portovenere e l’isola Palmaria.
Scesa dalla moto, lo guardava scendere a sua volta. Senza togliere il casco prese dallo zainetto le chiavi ed aprì il portoncino, invitandolo con lo sguardo a seguirla.
Le due rampe di scale sembravano più antiche di quanto si potesse immaginare guardando la palazzina, un leggero profumo di mare, basilico e resina di pino impregnava gradevolmente l’ambiente, arancio e viola si mescolavano nella luce che entrava dalle piccole finestre.
La seguì nella mansarda, la porta si apriva su un unico grande spazio con i muri bianchi, grezzi, alla sua sinistra un lavello sotto alla finestra e una piccola cucina in vista, a destra un tavolo di rovere ingombro di carte, che a prima vista sembravano spartiti, sul divano dietro al tavolo una custodia nera che Federico pensò essere di un violino.
Di fronte, una porta bianca e una in legno scuro, entrambe chiuse.
Entrando nella stanza, lui non si sorprese affatto nel vedere il letto in ferro battuto con il tulle, il canterano, tutto era esattamente come nella fotografia che era apparsa nella sua mente solo qualche ora prima.
Gli stessi gesti, le stesse parole.

“Eccomi, ti stavo aspettando, temevo non saresti mai arrivato”
“Sono qui, ho udito il tuo richiamo, il tuo invito, la tua preghiera”

Come in un film in cui le scene siano artificiosamente accelerate, ora tutto accadeva esattamente come l’aveva immaginato.
Stringeva quel polso sottile avvicinando le dita alla bocca, schiuse le labbra, il sapore era dolce, il profumo era intenso, meraviglioso.
Serrando i capelli fra le dita la fece alzare, interrompendo il piacere che provava.
Benché non vedesse gli occhi di lei, notò l’espressione sorpresa da quella decisione improvvisa, tirando ancora un po’ i capelli la costrinse a guardarlo, tutta la luce di fierezza che aveva visto attraverso la visiera, era scomparsa, lasciando il posto a uno sguardo profondo, oscuro come può essere il mare durante un temporale.
Lasciò quindi la presa, concedendole qualche istante per muoversi, aveva l’impressione che ci fosse qualcosa di nuovo, di non detto.
Lei portò le braccia dietro alla schiena, voltandosi verso l’altro lato della stanza.
Si diresse al canterano come se avesse preso una decisione improvvisa e ne aprì l’ultimo cassetto, scostandosi poi di lato per invitarlo a scoprirne il contenuto.
L’impressione era quella di una porta che si apre cigolando su antichi cardini, un passaggio verso un livello più profondo, mai violato prima di allora.
Avvicinandosi, la guardava, cercando di interpretare quell’azione, studiando, nel frattempo, i piccoli, incontrollabili segnali del corpo che sempre tradiscono gli stati d’animo.
Il cassetto era pieno d’ogni sorta di oggetti, alcuni molto comuni, fogli di quaderno, un piccolo pettine di plastica, biglietti di treno usati… altri decisamente inusuali, tutti raccolti lì con il medesimo scopo, era il suo modo di dimostrargli la sua volontà d’essere piegata.
Federico prese una corda di canapa che forse era stata una sottile cima da pescatori, sembrava portasse con sé la salsedine, certamente aveva visto il mare innumerevoli volte, ma conservava una morbidezza inaspettata.
“E’ la prima volta che permetto a qualcuno di guardare in questo cassetto”
“E’ perciò la prima volta che qualcuno entra nelle segrete del tuo cuore nero”
“Tu sembri non averne paura”
“Non vedo perché dovrei, ho attraversato a piedi nudi i corridoi del mio cuore nero, l’ho tenuto fra le mani, l’ho fatto a pezzi e ne ho gettato addosso una piccola parte ad ognuna di coloro che ho conosciuto, nessun altro luogo può sembrarmi peggiore o più spaventoso”
Accarezzava la corda, la sensazione era piacevole, guardava la pelle chiara, liscia.
Nel cassetto un altro oggetto attirò la sua attenzione, un archetto per violino, lucido e senza il crine che struscia sulle corde e fece scivolare il dito sulla superficie nera prima di prendere anch’esso.
Seminascosto dal canterano c’era un impianto stereo con poggiati sopra una serie di CD senza custodia, ne inserì uno e le note del notturno in sol minore di Chopin iniziarono a cadere come pioggia calda sui loro corpi nudi.
Lentamente, la fece adagiare bocconi iniziando a legarle le caviglie alla struttura del letto, così che avesse le gambe aperte e, poiché la corda era abbastanza lunga, fece lo stesso con i polsi, lasciando però che potesse muovere un po’ le braccia.

Forse la calma con la quale si susseguivano i gesti, forse i gesti stessi, forse la prospettiva di ciò che avrebbe potuto accadere, scuotevano i suoi nervi, le mordevano le viscere.
L’eccitazione che aveva provato sin da quando si stavano sfidando in moto, che era rimasta ora latente, diventava ora più intensa.
L’ebano nero dell’archetto iniziò a sfiorarle le spalle, seguendo la linea della schiena scese nel solco fra le natiche, provocandole un brivido fortissimo che le prese ogni centimetro della pelle; scese poi ad accarezzarla per un istante fra le grandi labbra, prima di proseguire all’interno delle cosce.
Il primo colpo, atteso, desiderato, la fece sobbalzare.
Immediatamente, sentì una striscia sottile di pelle bruciare, ma solo per un attimo, altri ne seguirono in rapida successione, sulle gambe, sulle natiche, sui fianchi, facendo sì che un intenso calore si diffondesse in ogni fibra del suo corpo.
Sentiva di nuovo il suo umore abbondante fra le gambe, il profumo eccitava lei quanto l’uomo che la stava dominando.

Aveva iniziato a far scorrere l’archetto sulla schiena, poi sempre più in basso, quasi in trance il suo braccio s’era alzato per vibrare i primi colpi, il sibilo nell’aria lo ipnotizzava quasi quanto i segni rossi che fiorivano su quella pelle o i gemiti di piacere e dolore che lei si lasciava sfuggire.
Le strisce violacee avevano contorni netti, poggiò l’archetto sul letto per sfiorare i leggeri rigonfiamenti della pelle, la mano si muoveva dolcemente verso il centro delle natiche, attratta dal calore che quella vagina emanava, le allargò appena, quanto bastava perché il suo sguardo si posasse sulle labbra che pulsavano.
Si sdraiò su di lei cercando di assorbire con la pelle il calore di quelle tracce, di percepirne il lieve spessore, eccitato dal contrasto fra il colore della pelle e quello dei segni.
Migliaia di sensazioni, di pensieri affollavano la sua mente, come un bimbo che guarda delle bolle di sapone, cercava di afferrarli tutti, affascinato.
Muovendosi impercettibilmente cercava di avvolgerla
La penetrò senza alcuno sforzo, lei aveva inarcato il bacino cercando il sesso eretto, gemendo.
I loro movimenti erano ritmati dalle note del notturno, non un crescendo quindi, ma un lento concerto, fluido, morbido, il pianoforte li stava conducendo all’apice del piacere.
Un tale incantesimo, però, per Federico, non poteva terminare così, avrebbe voluto prolungarlo all’infinito, perciò si sciolse dall’abbraccio caldo della fessura madida tornando a poggiare il sesso nel solco fra le natiche senza smettere di muoversi.
Lei non aveva smesso di spingere armoniosamente indietro il bacino, ansimando con la bocca socchiusa.
Il dolore, improvviso, durò solo un attimo, immediatamente sovrastato dal piacere, nel profondo della sua mente desiderava essere presa dietro, desiderava quella violenza, quell’ulteriore umiliazione.
I movimenti tornarono ritmati, i loro corpi e le loro anime creavano ora una nuova danza, esaltante e drammatica, una corsa ormai irrefrenabile.
I muscoli di Federico si tesero allo spasimo, le affondò i denti nel collo facendola gridare ancora più di quanto non stesse facendo per l’orgasmo che la scuoteva incontrollabilmente.
Rimasero immobili per un tempo indefinibile, le labbra di Federico le percorrevano le spalle, il collo, le braccia.
Così, lentamente come l’aveva allacciata al letto, iniziò a sciogliere i nodi, osservando i segni sui polsi e le caviglie che si aggiungevano a quelli lasciati dall’archetto.
La fece delicatamente voltare e per la prima volta da quando erano entrati in casa le baciò la bocca, le loro lingue si intrecciavano mentre lui le prendeva le mani nelle sue.
La prese infine fra le braccia, facendole poggiare il viso sul suo petto, avvolgendola, accarezzandole i capelli con gratitudine.
La luce spettrale della luna aveva preso il posto del rosso del tramonto fra le persiane, quando sentì il respiro di lei farsi più profondo, calmo, regolare, perciò anch’egli scivolò in un sonno pesante, senza sogni.

L’odore del caffè e un leggero movimento del letto lo riportarono alla realtà. Lei, seduta al suo fianco, lo guardava sorridendo con una tazzina in mano, indosso nient’altro che una t shirt bianca, aveva i capelli bagnati raccolti da un asciugamano, era luminosa e profumata.
“Buongiorno” seguito da un bacio leggero sulle labbra.
“Buongiorno” rispose Federico seguendo con un dito il profilo del suo viso.
“In bagno c’è un accappatoio pulito, se vuoi”
“Non so ancora il tuo nome”
“Mi chiamo Irene.”
“Eiréne, la dea greca della pace… Per te la pace è un pensiero lontano, una chimera.”
“Forse il mio concetto di pace è solo diverso da quello degli altri. – disse con un sorriso amaro appena accennato – Chi sei tu, dimmi chi è questo compagno di un viaggio iniziato mille anni fa.”
“Federico, la scorta, la guida nel viaggio.”
“Questo è ciò che mi hai detto senza parlare”
“Irene non è solo pace, chi sei?”
“L’ancella che hai cercato per tutto questo tempo, lo specchio in cui vedere riflessa la parte più nascosta di te”
“Vieni con me ora, come il riflesso, distante ma inseparabile, non puoi più spezzare il legame senza infrangere lo specchio.”
Lo seguì nella doccia gettando sul letto la maglia e l’asciugamano.
Il getto lo risvegliò completamente, per qualche istante restò immobile ad occhi chiusi lasciandosi scorrere l’acqua addosso.
Lei prese lo stesso sapone che aveva usato per sé, ne versò su una spugna ed iniziò a sfregare delicatamente, con cura, iniziando dal collo, poi il petto, le braccia, la schiena, inginocchiandosi passò alle gambe. Sorrideva nel compiere quest’atto di dedizione, un sorriso di gioia vera, qualcosa si avvicinava a un sentimento d’amore.
Poggiata infine la spugna, si dedicò con ancora più attenzione al sesso, che stava tornando eretto, massaggiandolo con le mani e, appena l’acqua ebbe tolto ogni traccia di sapone, aprì la bocca, questa volta senza che le fosse ordinato.
Accogliere il seme la eccitò di nuovo e l’acqua calda, che sentiva scorrerle sulla pelle ancora segnata, non fece che aumentare il suo desiderio.
Bagnati com’erano, si gettarono sul letto e Federico le aprì teneramente di nuovo le gambe, baciandole mentre si avvicinava col viso alla vagina.
Il contatto della lingua sul clitoride le fece chiudere gli occhi, un piacere diverso la stava avvolgendo, non meno intenso di quello provato la notte precedente, giunse ad un nuovo orgasmo, non esplosivo, ma lungo e coinvolgente.
Lo baciò, il suo sapore sulle labbra di lui diventava più dolce, inconsueto.

“Debbo andare, mi aspetta un viaggio piuttosto lungo”
“Nessun viaggio potrà mai essere tanto lungo quanto quello che mi ha portato a incontrarti, tutti questi anni non sono stati altro che un lento avvicinarmi a te”

Appena indossato il casco si voltò a guardare la finestra della mansarda, pur sapendo che non l’avrebbe vista affacciata, come infatti era.
Il sole aveva restituito i colori al mare e alla terra che ci si gettava dentro, un senso di malinconico rilassamento lo stava prendendo, mentre lasciava la strada provinciale per dirigersi sull’Aurelia.
S’era imposto di concentrarsi nella guida per non dar modo alla sua mente di ripensare alla notte e al giorno precedenti, anche se il traffico della domenica mattina non richiedeva particolare attenzione.
Per sorpassare una station wagon tedesca che procedeva lentamente, aveva d’istinto dato un’occhiata al retrovisore: in lontananza il faro di una moto si stava avvicinando molto velocemente.
Appena superata l’auto si accostò verso destra, senza rallentare.
Nell’istante esatto in cui l’altra moto si affiancò alla sua, i suoi sospetti o, meglio, le sue speranze, divennero realtà.
I capelli biondi svolazzavano nel vento, gli occhi attraverso la visiera erano splendenti di allegria, iniziò dapprima a sorridere, poi decisamente a ridere.
Irene scattò via accelerando, invitandolo di nuovo a sfidarla.
“Ok” pensò scalando marcia “vediamo cosa sai fare, la strada per Roma è ancora lunga.”

Cinque terreultima modifica: 2007-11-16T10:46:04+01:00da shujin
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