Dieci e trenta

10.30: davanti all’ingresso della metropolitana alla stazione Cipro mi fermo un momento, non ho voglia di sotterrarmi, sono dall’altra parte di Roma rispetto a casa mia, ma non importa, come spesso succede prendo una decisione d’istinto e inizio a camminare.
Il cielo è lo specchio del mio umore, grigio, freddo, distante e incazzato.
Il piumino senza maniche non è l’abbigliamento più adatto per passeggiare, ho freddo, ma so che la ragione è un’altra, il freddo viene da dentro.
Infilo gli occhiali da sole, non ho voglia di incrociare lo sguardo di nessuno, non ho voglia di sorridere, né di essere gentile.
Passando di fianco ai Musei Vaticani devo districarmi fra le solite comitive di americani e giapponesi, hanno tutti la stessa faccia stordita, li guardo e non posso fare a meno di pensare che, in effetti, non capiscono niente di quello che vedono, rimangono a galleggiare in superficie come alghe morte.
A piazza Risorgimento i turisti si mischiano a sciami di preti e suore dall’aria affannata, tutti che corrono come matti e io mi sento un alieno a passeggiare lentamente in mezzo a loro.
Finalmente, dopo aver superato via della Conciliazione arrivo sul lungotevere, attraverso la strada e cammino lungo l’argine del fiume.
685103b5d4927f6eebbc763a908a5efc.jpgI platani mi offrono un riparo dallo sguardo severo del cielo, i colori spaziano in quasi tutta la gamma dei toni caldi, mille tonalità di giallo, rosso, marrone e qualche macchia di verde.
Nello stomaco, sul petto, nelle braccia, sulle spalle, un peso, una sensazione di vuoto e di pieno che i muraglioni altissimi sul Tevere e gli alberi pesanti sopra la testa non aiutano a scacciare.
Passo sul ponte per liberarmi almeno del peso dei rami, al cielo invece non riesco a sfuggire, alzo gli occhi a sfidarlo, a chiedergli cosa vuole da me.74f17f2550677dbf98ab93e21e13a5f1.jpg
Mi fermo un istante sul parapetto, il fiume sembra immobile, gli alberi e le nuvole riflessi sull’acqua fanno da schermo al colore marcio che da anni ormai s’è impadronito del Tevere.
e4084efbbe8e3e6ceb7851b8b016ee1d.jpgUn passo dietro l’altro, riprendo la marcia, le mie scarpe non fanno rumore, le mani in tasca, cerco di respirare profondamente.
Arrivato dall’altra parte, sono indeciso se inoltrarmi nei vicoli del centro, verso via Giulia, via dei Banchi Vecchi, oppure proseguire sul lungotevere, poi decido che non mi va di infilarmi in mezzo alla gente e proseguo a costeggiare il fiume.
Osservo tutto ciò che mi circonda con l’attenzione e la calma che ci sono negate solitamente dai ritmi della vita quotidiana. Questa città sporca, disordinata, rumorosa, sa accogliere come nessun’altra i pensieri.33e7b8ca2379317c6231d1ca906fdf26.jpg
Come una morbida prostituta ti lascia appoggiare la testa sul suo seno, regalandoti l’illusione d’essere unico, ma, anche se sai bene che mille altre teste hanno conosciuto la stessa sensazione, per quell’attimo ci sei tu e tu soltanto.
Mai prima di oggi avevo percepito così reale questa immagine abusata e lisa di Roma, mai prima d’ora avevo capito quanta verità c’è in alcuni luoghi comuni. bc8c3ddef3cc42143ca711edd752948d.jpgLe finestre dei palazzi sono davvero occhi, anche chiuse sembrano parlarti, rispettare il tuo dolore, accompagnare la tua malinconia, cullare la tua gioia.
Ogni tanto un passaggio fra le case, una scala, un arco, interrompono il susseguirsi disordinato ma armonico dei muri, in un gioco di piani sfalsati, di microscopici mondi paralleli isolati da un contesto generale del quale sono cellule, struttura portante.
La temperatura ora è più sopportabile, le lunghe dita del sole hanno iniziato a frantumare le nuvole aprendosi qualche varco.
Le auto parcheggiate ovunque, in modo a dir poco creativo, mi costringono a salire e scendere dal marciapiedi, a passare sulla strada dove sciami di scooter mi sfrecciano vicinissimi.
Mi fermo un momento ad aspettare il via libera per attraversare via Arenula, tre vigilesse accanto a me, assolutamente incurati di ciò che accade intorno a loro, chiacchierano a voce alta di una festa cui sono state la sera prima. Le guardo sorridendo, il trucco pesante e un po’ volgare contrasta in maniera evidente con la divisa, che sembra studiata apposta per annichilire qualsiasi traccia di femminilità e sensualità. Sono le 11.30, sto camminando da un’ora e, nonostante siano almeno vent’anni che non faccio alcun tipo di esercizio, non mi sento per niente stanco. Mi accorgo che il mio umore sta migliorando un po’, ma, invece che rallegrarmene, mi innervosisco, non mi va, voglio rimanere incazzato, scontroso e antipatico come ero fino a qualche minuto fa.
Mi accendo una sigaretta passando davanti alla Sinagoga, a giudicare dalla gente che ne esce deve essere appena terminata una funzione, il carabiniere chiuso nel suo gabbiotto a prova di proiettile ha l’aria triste dei pesci rossi del luna park, forse dovuta alla libertà di movimento di cui gode lì dentro, proprio come un pesce rosso in una bustina di plastica.
Due ragazzi, tedeschi, a giudicare dalla guida che hanno in mano, sembrano volermi chiedere un’informazione che io non ho alcuna voglia di dar loro, quindi prendo velocemente il cellulare dalla tasca fingendo di fare una telefonata. In genere sono sempre disponibile con i turisti, ma oggi sono poco socievole, sarà per la prossima volta.
Lungotevere ora si allarga dinanzi a me, sulla pensilina della fermata dell’autobus, un ragazzo osserva le riviste chiuse nelle vetrinette dell’edicola chiusa, dietro una cancellata alla mia sinistra, una piccola area con degli scavi che non avevo mai notato e mi accorgo di quanti particolari, piccoli e grandi erano sfuggiti al mio sguardo in tanti anni.
Per quanto ritenga di essere un buon conoscitore della mia città, mi rendo conto che avrei bisogno di un’altra vita intera per scoprirne tutti gli angoli, celati o palesi, strutture, monumenti, certo, ma anche portoni, vicoli, colonne e poi colori e profumi, rumori, suoni che fanno assomigliare questo posto a un’eterno cantiere in cui non si vedono mai operai al lavoro, ma, che continua a modificarsi e crescere spontaneamente, rimanendo, però, sempre apparentemente immobile e uguale a sé stesso.
Mi riprometto, una volta a casa, di cercare qualche notizia sull’area che ho appena visto e sulla funzione di quelle strane piccole vasche circolari di marmo, anche se so già che la mia pigrizia, alleata della distrazione, farà sì che la mia intenzione rimanga tale.d37bb20df79ce5c0a9a1d5d7fda39ce6.jpg
Il sole intanto sta vincendo una facile battaglia con la coltre di nubi che oscurava il cielo, senza però riuscire ad asciugare la pesante coperta bagnata che ho sulle spalle.
Mi lascio alle spalle il lungotevere e scendo in via Petroselli, il colle del Campidoglio davanti a me e, in fondo, più lontano, i fori.
Sono a ridosso di uno dei luoghi più ricchi di storia di tutto il pianeta e comprendo lo stupore, la commozione quasi, che può provare chi per la prima volta si trova di fronte a tanta meraviglia.
Non ricordo chi, una volta, ha detto che ci sono persone che non si rendono conto della fortuna che hanno, ogni giorno, per tutta la vita, andando a lavorare, passano davanti al Colosseo e persone che non lo vedranno mai.
Oggi mi sento un privilegiato, la semplice decisione di fare una lunghissima passeggiata per stancarmi, mi ha accompagnato attraverso duemila e più anni di storia, di civiltà.
96f6b59836f687b16da0bd71070249da.jpgGuardo il tempio di Vesta e poi, quasi di fronte, la chiesa di S. Maria in Cosmedin, nel cui pronao è custodita la Bocca della Verità.
Tutti conoscono la leggenda che la riguarda e mi viene da sorridere pensando a quanti di coloro che con l’aria beata infilano la mano nell’apertura, senza sapere che, in fondo, quel mascherone di marmo altro non è che un chiusino della Cloaca massima e quindi null’altro che il coperchio di una fogna…
Il Circo massimo alla mia destra, più in là il colle Aventino e il Palatino a sinistra annunciano che il mio microscopico viaggio sta terminando, senza aver modificato di molto, però, il mio umore.
Attraversando via di San Gregorio semideserta, mi godo la visione dell’Arco di Costantino e uno scorcio di Colosseo, mentre mi avvicino al complesso delle Terme di Caracalla, uno dei luoghi che, a mio avviso, meglio rappresenta il livello di civiltà raggiunto durante l’impero romano.7d750cf44ee0a4c0b237d801ebc963a6.jpg
Come sempre, nel verde di questa parte di Roma, si incontrano gruppi di fanatici del jogging, che, francamente, faccio fatica a comprendere. Certamente correre fa bene, ma farlo in un luogo infestato dal traffico qual è questo lungo viale alberato, mi sembra una scelta quantomeno bizzarra, se non un vero e proprio controsenso.
Poche centinaia di metri e sarò arrivato, è ormai quasi mezzogiorno e mezzo, due ore circa di cammino non sono servite a lasciar cadere dalle mie spalle i semi pesanti dell’inquietudine, ho ancora le mani affondate nelle tasche, i pugni chiusi, le labbra strette e rigide, nessuna voglia di appiccicarmi sul viso un’altra espressione.
Getto sul letto il piumino, mi accorgo d’avere anche sudato un po’ alla fine.
Mi siedo davanti al pc, messenger mi annuncia che c’è chi speravo ci fosse.
“Ciao tu”
Sorrido.

Dieci e trentaultima modifica: 2007-11-16T11:14:22+01:00da shujin
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