Eurostar

I graffiti sui muri di fianco alle rotaie correvano sempre più veloci, Federico provava una strana ammirazione per gli autori di quei segni, per quanto in genere ormai fossero uniformati fra loro e, cosa ancor più grave, non rappresentassero più ciò che erano agli inizi, un grido dissonante nel coro delle parche asservite al potere.
Il potere ha un’abilità cinica ed estremamente efficente, ha capito, da tempo immemorabile, che il sistema più efficace per combattere la protesta e il dissenso non è metterli a tacere, bensì assorbirli, fingere una compiaciuta tolleranza, se non addirittura un apprezzamento. Una volta ristretta, circoscritta, canonizzata, qualsiasi protesta perde tutta la sua forza, diviene innocua.
Nell’iPod Jackson Browne aveva lasciato il posto ai Procol Harum, una playlist decisamente eterogenea, seppur riconducibile ad un periodo di tempo ben definito. Nonostante fossero solo le 6,45 del mattino, il sole era già luminoso e caldo, le ombre degli alberi ancora lunghe, le enormi ruote dei covoni sembravano tutte rivolte a osservare il passaggio del treno senza alcun coinvolgimento, spettatori distratti di un film visto già troppe volte.
I girasoli non avevano ancora sollevato il capo, non erano ancora diventati gli schiavi insolenti che guardano il dio Sole dritto negli occhi.
Questa immagine s’era formata improvvisa e nitida nella sua mente, gli sembrava rappresentasse perfettamente ciò che intendeva per sottomissione.
Un girasole deve la sua stessa vita al suo Padrone Sole, ne segue il movimento adorandolo, appena il Sole scende oltre l’orizzonte, il girasole china il capo sconfitto, piegato, incapace di qualsiasi azione; ma, al tempo stesso, sfrontato, sembra sfidare lo sguardo del suo Signore.
A un osservatore distratto o superficiale questa potrebbe sembrare almeno una contraddizione, ma per Federico rappresentava l’essenza stessa del suo essere dominante.
Quanto più era difficile, arduo, piegare la volontà di colei che aveva scelto come schiava, tanto più era affascinante la sfida. Il vero potere, quello cui è impossibile sfuggire, non viene imposto con la brutalità, ma semplicemente con lo sguardo, con le parole.
Seguendo questo pensiero con un sorriso s’era alzato dal suo posto stiracchiandosi.

Nelle orecchie gli Eagles, sugli occhi i Rayban Caravan che usava da molto prima che fossero sputtanati da quell’insulto alla cinematografia che era stato Top Gun.
Lei era lì, sola sul sedile dietro al suo.
Doveva essere salita in treno dopo di lui, non l’aveva notata prima.
I capelli neri sciolti, non molto lunghi, la pelle chiara che faceva risaltare gli occhi di un incredibile grigio appena cerchiati, le labbra naturalmente rosse, lucide, grandi.
Una canottiera nera, leggera, faticava a contenere il seno che non sembrava particolarmente grande, pantaloni morbidi di lino ecru, sandali.
Sembrava essersi svegliata da poco, infreddolita dall’aria condizionata del vagone.
Lo sguardo di Federico era sceso sui capezzoli che per il freddo erano così turgidi che attraverso la stoffa si vedeva perfettamente anche l’areola. Erano grandi, quasi sproporzionati rispetto all’apparente dimensione del seno.
Quello era un gioco che faceva spesso, non tentava nemmeno di nascondere o dissimulare lo sguardo, sfrontato senza volgarità, era convinto trasparisse un sincero interesse puramente estetico.
Sentiva gli occhi di lei scrutarlo, perciò si sforzò di abbandonare la visione della maglia per fissarla in viso, sfidandola.
L’espressione di lei in parte lo sorprese.
Non sembrava affatto imbarazzata, né infastidita, il sopracciglio impercettibilmente sollevato e un accenno di sorriso le davano un’aria ironica, maliziosamente scaltra, sembrava quasi volesse dirgli: “Fammi guardare quegli occhi che mi stanno fissando le tette da almeno due minuti, vediamo se ce la fai a sostenere con la stessa sicurezza anche il mio sguardo”.
Federico non riuscì a trattenere del tutto una risata e neanche lei.
“Accidenti all’aria condizionata”
“Direi piuttosto benedetta aria condizionata”
“Sono contenta che ti piacciano, comunque”
“Sai perfettamente di piacere e sei gratificata dagli sguardi che attrai”
A queste parole era arrossita, lo sguardo, prima fisso negli occhi di Federico, s’era smarrito, abbassato per un momento.
Immediatamente, però, sembrava aver ripreso il controllo della situazione, anche se tracce di un leggero turbamento erano ancora evidenti per chi, come lui, fosse stato in grado di interpretarle. Le mani si muovevano un po’ più nervose, sembrava non riuscissero a trovare un posto dove fermarsi, il respiro appena più corto.
Senza darle il tempo di realizzare, di riflettere, le sedette accanto, l’avambraccio a sfiorare intenzionalmente quello di lei.
“Accomodati pure, prego eh…” aveva un’aria artificiosamente arrabbiata.
“E’ quello che volevi anche tu, no?”
Ora la guardava dritta negli occhi, l’aria decisa, la voce calma e profonda.
“Presuntuoso”
Quella parola, detta con l’intenzione di ristabilire la distanza, ma pronunciata con un leggerissimo tremolio nella voce, suonò invece quasi come una supplica, infatti, subito dopo, i suoi occhi si abbassarono di nuovo.
Le prese il mento con le dita e le sollevò il viso, che era arrossito vistosamente, entrambi sapevano cosa sarebbe successo.
Di nuovo una sottile aria di sfida negli occhi di lei.
Il vagone era semideserto, non erano certo molti quelli che ad agosto si recavano a Milano per il weekend, nessuno perciò sembrava far caso a loro.
Quella sensazione d’essere soli era evidente che la spaventava, ma sembrava anche eccitarla, spingerla verso il raggiungimento e, forse, il superamento di quei limiti che normalmente avrebbe avuto, infatti gli prese con decisione la mano, la scostò dal mento intrecciando le dita con forza, senza però abbassare il viso.
“Mi stai sfidando” la voce di Federico s’era fatta ancora più bassa e calda.
“Piegami, se ne sei capace.”
Le passò l’altra mano dietro la nuca, le strinse leggermente il collo poi, improvvisamente, l’afferrò per i capelli rovesciandole la testa all’indietro.
La bocca le si socchiuse, lasciando sfuggire un gemito sommesso mentre la stretta delle dita si faceva più forte.
L’aveva attirata a sé ed ora il suo collo era a pochi millimetri dal suo viso, inspirava il suo profumo e con le labbra le sfiorava la pelle.
Il respiro caldo le provocava ondate di brividi, con una mano stringeva il bracciolo, con l’altra le dita di lui, molto più grandi delle sue. Istintivamente i suoi fianchi, il suo bacino avevano iniziato a muoversi, sporgendosi in avanti.
Senza lasciarle i capelli, aveva liberato la mano dalla stretta e, mentre scendeva a sfiorarle la spalla con le labbra, le aveva preso un capezzolo fra le dita, stringendolo.
Un sussulto, soffocando sul nascere un grido.
“Ti prego, non smettere…” sussurrava con una voce che sembrava venirle dal ventre.
Lui rispose stringendo più forte le dita e mordendole il collo, lasciando il primo segno evidente.
D’un tratto allentò la stretta sul capezzolo e scese a sciogliere il nodo dei pantaloni.
Scostando il pizzo della culotte non ebbe bisogno di ordinarle di aprire le gambe, l’aveva fatto istintivamente.
Appena il tempo di sentire la pelle liscia del pube, la punta del clitoride già gonfio e le dita scivolavano dentro a possederla. Per un istante si ritrasse, poi spinse in avanti il bacino per sentirlo più profondamente.
Non era imbarazzata nel sapere che lui scopriva la sua eccitazione, si rendeva conto che era esattamente ciò che si aspettava, per nulla sorpreso.
Capì che era lui a dettare le regole, a scandire i tempi.
Era incapace di qualsiasi movimento, avrebbe voluto fare anche solo un gesto, sentiva il bisogno di scoprire il suo corpo, desiderava conoscere la sua erezione, capire quanto lui fosse coinvolto, ma sentiva che non le era permesso.
D’improvviso lui lasciò la presa dei capelli, estrasse le dita e s’appoggiò allo schienale.
“Cosa c’è, ho fatto qualcosa di sbagliato?”
La sua stessa voce sembrava non appartenerle, tremolante, timorosa, quasi supplicante.
Non riusciva a spiegarsi la ragione di quella domanda, l’interruzione le appariva perfettamente logica, naturale, eppure la richiesta le era affiorata alle labbra spontanea, senza che potesse far nulla per fermarla.
Gli occhi socchiusi, Federico annusava le dita, le assaporava in un gesto che confermava prepotente il suo carisma.
Si sentiva violata ed accarezzata, umiliata e rispettata, una sorta di rabbia sembrava salirle dentro, sentiva un moto di ribellione nei confronti di quell’uomo che s’era insinuato nella sua mente, ancor prima che fra le sue gambe.
Si rendeva però conto che la rabbia era sopratutto verso se stessa, non solo per non aver impedito che accadesse, ma anche per aver provato un piacere così intenso e per essersi sorpresa a desiderare che succedesse ancora, anzi, che succedesse qualcosa di più.
Quasi potesse assistere al conflitto che la tormentava, Federico le rivolse un enigmatico sorriso che interruppe la battaglia, lasciando il posto all’apprensione per ciò che l’aspettava.
Le sfiorò le labbra con le stesse dita che poco prima aveva intriso del suo umore, facendole sentire un profumo a lei noto che ora le sembrava nuovo, sconosciuto.
“Ora alzati, vai nell’ultimo vagone, entra nel bagno, spogliati completamente ed aspettami.”
Lei scoppiò in una risata che durò solo un istante, le si spense in gola nel momento in cui, alzando gli occhi, aveva colto la determinazione nello sguardo di lui.
“Nn.. non ci penso nemmeno”
La stretta allo stomaco e al ventre era arrivata improvvisa, inaspettata.
Non disse una parola, limitandosi a fissarla le mani giunte, le punte degli indici poggiate sulle labbra.
Vide gli occhi di lei diventare più lucidi, una lacrima faceva capolino nonostante gli evidenti, enormi sforzi che faceva per ricacciarla indietro, cercava insomma di ribellarsi ma senza successo, senza convinzione.
La vide alzarsi, sgusciare faticosamente fra lui ed il sedile di fronte, rimase ad osservare i bei fianchi che si muovevano mentre si allontanava verso il fondo del vagone.
Una volta scomparsa oltre la porta, la immaginava procedere incerta, un po’ per i sobbalzi del treno, ma anche per il tremito che s’era impadronito delle sue gambe.
Federico prese il cellulare, ultime chiamate effettuate, Giorgio rispose al primo squillo per fortuna.
Si conoscevano solo da poco meno di cinque anni, ma sentiva un profondo affetto, un grande rispetto e una grande stima per lui, nonostante fossero così diversi, quasi antitetici per molti aspetti.
Come gli accadeva spesso parlando al telefono, disegnava. Istintivamente tratteggiò sul suo blocco per appunti un bocciolo di rosa, abbellito da un nastro annodato sul gambo privo di foglie ma non di spine.
La telefonata durò in effetti pochissimi minuti, un tempo che però era certo a lei sarebbe sembrato infinito, insopportabile.
Strappò il foglio con il disegno e lo mise fra le pagine del libro che lei aveva abbandonato sul sedile.
Dirigendosi, a sua volta, verso la coda del treno, distrasse la mente da ciò che lo aspettava osservando i volti degli altri viaggiatori, cercando di coglierne le storie.
L’ultimo vagone era praticamente vuoto, una donna sui sessant’anni leggeva un’insulsa rivista di gossip, un ragazzo dormiva con la testa schiacciata sul finestrino in una posa innaturale, nessun altro.
“Apri”
Lentamente l’indicatore sulla porta passò dal rosso al verde.
Era appoggiata sul lavabo, gli abiti appesi di fretta ad un gancio, aveva tenuto soltanto i sandali.
Nonostante la situazione sul suo viso non s’era spenta quella luce di fierezza che lo affascinava.
Estrasse dalla tasca della giacca una leggera, sottile e lunga sciarpa di seta viola che portava sempre con sé, le portò le braccia dietro alla schiena, legandole con abilità i polsi senza bisogno di guardare, la mise a sedere sul lavabo aprendole le gambe.
I capezzoli erano rimasti turgidi, pensava all’imbarazzo che doveva aver provato lei attraversando il treno con gli sguardi addosso, anche le areole erano contratte e tutto spiccava sulla pelle chiara del seno, che ora si rivelava più grande di quanto apparisse sotto la canottiera nera.
Li prese entrambi fa le dita torcendoli e tirandoli più forte di quanto aveva fatto prima, rammaricandosi di non avere nulla con sé, nessuno “strumento”.
Per qualche istante rimase a guardarla, liberò poi i capezzoli prese un seno nella mano e il capezzolo nelle labbra succhiandolo, stringendolo con i denti.
Al primo contatto lei aveva tremato ed emesso un rantolo soffocato, che ora si stava trasformando in un lungo, ininterrotto gemito roco, sarebbe forse scivolata dal lavabo se non l’avesse tenuta spinta all’indietro.
Stringeva i denti continuando a fissarla, le poggiò una mano all’interno della coscia, vicino all’inguine, sentiva la pelle morbida quasi sfuggirgli mentre serrava le dita.
Il profumo della sua figa, eccitatissima, aveva riempito quello spazio angusto, di nuovo fece scivolare le dita dentro di lei, stavolta più aggressivo, senza sforzo, profondamente, mentre con il pollice le stimolava il clitoride.
Il piacere la avviluppava come un mare dalle lunghe onde calde, sempre più frequenti ed intense, sentiva arrivare l’orgasmo, lo desiderava e, al tempo stesso, voleva negarselo per prolungare, dilatare all’infinito le sensazioni intense che provava.
Ancora una volta, lui parve leggerle nella mente e, all’improvviso, si bloccò, ritirando le dita madide per strofinarle sul suo collo, scendendo poi sul seno, sui capezzoli, sul ventre.
Le sembrava d’essere giunta con fatica sulla cima d’una salita e d’essere stata arrestata da una forza superiore alla sua, lo guardava con aria smarrita, interrogativa, ma non osava parlare, chiedere.
“No….” di nuovo quella voce estranea dava corpo ai suoi pensieri.
Un attimo, un minuto forse e lui tornò a penetrarla come prima facendole riprendere il cammino verso la vetta, solo qualche passo indietro rispetto al momento in cui s’era fermata.
Stavolta l’orgasmo era molto più vicino, daccapo però, un istante prima che giungesse, lui s’era fermato, osservandola senza parlare.
Ripetè più volte quel “gioco”, dimostrandole quanto era lui a dirigerla, a dettare i tempi, a gestire il suo corpo.
Finalmente la liberò da quel susseguirsi di cime e precipizi, concedendole di arrivare in fondo.
La costrinse a guardare in basso mentre l’orgasmo le esplodeva dentro, le attanagliava le reni, la schiena, il ventre, la mente e vide la mano di lui raccogliere gli umori che zampillavano fuori come mai le era accaduto prima, stupefatta assisteva a qualcosa di cui aveva solo sentito parlare, che non credeva possibile potesse appartenerle.
Vide la macchia che aveva causato sulla camicia e, in parte, sulla cravatta nello stesso istante in cui anch’egli se ne accorgeva e al piacere si sommò una specie di sottile paura, di cui non capiva la ragione.
Lentamente Federico iniziò a slacciare la cinta dei pantaloni e diede corpo al timore che l’aveva presa.
Afferrandole i capelli la costrinse a scendere dal lavabo, credeva che le gambe non l’avrebbero retta, la spinse verso il pavimento facendole poggiare il viso contro la parete.
Per un lunghissimo istante non accadde nulla, poi i primi colpi arrivarono quasi come una liberazione a segnarle le natiche, la schiena, le braccia ancora legate, le mani aperte.
Si mordeva le labbra per non farsi sfuggire le grida di dolore e piacere che sentiva salire prepotentemente.
Aveva perso la nozione del tempo quando i colpi cessarono e sentì la cinta passarle intorno al collo, usata ora per farla sollevare in piedi.
Il metallo freddo del lavabo le diede un piccolo sollievo, così come lo specchio su cui poggiava la schiena che bruciava.
Federico si tolse la giacca, la cravatta, poi la camicia ed il resto e le si avvicinò tornando a stringere la cima della cinta che ora usava come un guinzaglio.
Abbassò lo sguardo e vide, finalmente, quanto anch’egli fosse eccitato, con una punta di compiacimento che non riuscì a nascondere.
La penetrò con un colpo secco, violento.
Lo sentiva muovere con forza dentro di sé e l’eccitazione, mai del tutto sopita, tornò a salire velocemente, tanto che sapeva che un nuovo orgasmo sarebbe giunto quasi subito.
Non fece però in tempo, lui, inaspettatamente, s’era staccato e, tirandola per quella specie di guinzaglio, l’aveva fatta scendere, costringendola a voltarsi.
Sentì la lingua di lui farsi spazio fra le sue natiche, facendole intuire, comprendere le sue intenzioni.
“Ti prego mio Signore, mai nessuno prima di te…”
Per la prima volta aveva usato il termine Signore e lo aveva fatto con spontaneità, come fosse il modo più naturale e giusto di rivolgersi a lui.
Il dolore, acuto ma breve, lasciò subito il posto ad un piacere diverso dal precedente, non meno intenso, sembrava più tangibile, fisico. Ciò che la eccitava di più era però la sensazione di totale dominio che le trasmetteva.
Lo sentiva affondare dentro di lei con movimenti sempre più potenti e frequenti, sentiva che stavano procedendo affiancati verso il culmine.
Quando sentì il suo calore spandersi dentro di lei un orgasmo lunghissimo le fece quasi perdere i sensi, non solo per l’intensità, ma per il significato che gli attribuiva, per il senso di appartenenza, di devozione verso quell’uomo fino a poco fa sconosciuto, al quale ora non poteva fare a meno di obbedire, felice e fiera di servirlo.
Il suono del loro respiro si fondeva con quello ritmato, rassicurante del treno, l’odore acre dei loro corpi sudati la inebriava, il viso ancora schiacciato contro lo specchio attraverso il quale aveva potuto vedere i lineamenti contratti di lui mentre la possedeva, l’espressione che non aveva smesso, nemmeno per un istante, di trasmetterle quella forza che la incatenava a lui, ora più che mai.
Chiuse gli occhi per qualche istante, quasi a voler trattenere nella mente quel turbine di emozioni che l’aveva travolta, sfinita.
Li tenne chiusi anche quando sentì sciogliere il nodo che le stringeva i polsi.
Lo scatto del chiavistello la costrinse a riaprirli, giusto in tempo per vederlo uscire senza voltarsi.
Federico, tornando verso il suo posto, si fermò al bar e, prendendo un caffè, sistemò meglio il nodo della cravatta, perfetto come sempre, la macchia era scomparsa, solo qualche leggera traccia sulla camicia che osservò con un sorriso.
La vide passare alle sue spalle nello specchio che aveva di fronte, camminava con l’aria spavalda che aveva nei primi istanti di quell’incontro, sentì che lo sfiorava. Voltandosi a guardarla, notò le braccia nude, con impressi i segni rossi che lei sembrava quasi ostentare. Era la sua volta, ora, di sorridere compiaciuto.
Di nuovo, i volti dei passeggeri, le loro storie che lo incuriosivano; quattro giapponesi, fotocopia l’uno dell’altro, sembravano preparare un esame di scuola, più che leggere la guida turistica di Roma.
Avvicinandosi al suo posto, la fissò per cogliere le sensazioni che trasmetteva, lei alzò gli occhi, guardandolo con un’espressione che aveva perso ogni traccia di sfrontatezza, il girasole si scaldava agli ultimi raggi del Sole, prima di chinare il capo sino al giorno seguente.
Tornato a sedere, riaccese l’iPod che aveva lasciato nella valigetta, mise gli occhiali scuri, aprì il blocco sul quale appuntava i pensieri, le idee che voleva fissare, spunti per il suo lavoro di progettazione o per i racconti che scriveva.
“…can you tell a green field from a cold steel rail, a smile from a veil…”
Curiosa coincidenza che fosse proprio quella frase di Wish you were here ad accompagnarlo in quel momento.
Il treno, ora, procedeva lento entrando nella stazione di Firenze.
S’era alzato, aveva preso la valigetta, il trolley e aveva rivolto di nuovo lo sguardo verso di lei, gli occhi grigi sembravano splendere ora, si chinò ad accarezzarle una guancia.
Sceso dal treno, s’era acceso quella sigaretta che aspettava con impazienza da due ore, intenzionalmente s’era fermato in corrispondenza del finestrino attraverso il quale lei continuava a guardarlo.
Fermo al sole fuori della stazione, Federico cercava con gli occhi un taxi.
Mettendosi una mano in tasca, trovò un foglietto piegato in due.
– Grazie. Gloria 338………….-

“Sono io”
“Lo so, ti vedo, sono qui, ferma davanti alla stazione….”

Eurostarultima modifica: 2007-11-16T10:48:44+01:00da shujin
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Un pensiero su “Eurostar

  1. Marchiata a fuoco come nel più terribile degli incubi,
    o nella più desiderabile delle realtà.
    L’aveva sempre eccitata terribilmente
    l’idea di portare con sè i segni di chi la Possedeva: senso di un bisogno di appartenenza fortissimo, vitale.
    Segni indelebili.
    Profondi.
    Che squarciavano l’anima lussuriosa traboccante di desiderio ma troppo vigliacca ed impaurita per volerlo, poterlo, ammettere.
    Ne aveva già molti.
    Lividi.
    Piccole cicatrici invisibili, segni del suo piacere quasi masochistico per il dolore; segni di una vita mai vissuta anche se apparentemente intensa.
    Per chi vive nell’arido Nulla, anche il dolore è Vita.
    Ma non erano abbastanza per lei che aveva ormai dimenticato
    il significato della parola accontentarsi.
    Voleva di più, aveva bisogno di più.
    Qualcosa di unico, di eterno, che la rendesse la più santa delle schiave o la più puttana delle stesse.
    Una “martire peccatrice”. Era questo che, in fondo, voleva essere.

    Doveva esser scesa la notte quando tornò a prenderla il Padrone,
    lo percepiva dal silenzio che regnava in strada.
    Sentì il rumore del chiavistello e poi i suoi passi.
    “Come un angelo osceno” Aveva detto.
    E’ così che rimase appesa alla parete,
    soltanto per le braccia, aperte, per quasi due giorni.
    “Le sue ali. Le sue piccole ali nere.” Le chiamava.
    La liberò e crollò subito al suo petto. Priva di forze. Con tutto il peso.
    La strinse a sè, con quella splendida dolcezza di cui era capace
    solo dopo aver inflitto tanto dolore e l’aiutò a rialzarsi in piedi.
    “Ce la fai?” Chiese.
    Aveva gli occhi gonfi di lacrime, ma la benda copriva tutto.
    “Si che ce la faccio”. Rispose tremante e piena d’orgoglio.
    Avrebbe voluto guardarlo negli occhi in quel momento,
    per vedere se era fiero di lei,
    ma un rumore sulla sinistra distolse la sua attenzione.
    Un attimo dopo sentì i polsi stringersi tra loro.
    Legati assieme da una corda ruvida.
    La trascinò fuori da quella prigione così.
    Camminava a fatica in un equilibrio precario seguendo il suo Padrone.
    Attraversarono il giardino, e lei disegnò la strada mentalmente.
    Si ritrovarono nel bosco. Proprio lì la stava portando.
    Le frasche frustavano le sue gambe nude
    adornate soltanto dai lacci intrecciati delle scarpe
    e questo non faceva che accrescere la sua eccitazione.
    Perse l’equilibrio e cadde in terra diverse volte,
    ma non un mugolio uscì dalla sua bocca.
    “Fermati ora.” Le ordinò il Padrone.
    Le slaccio i polsi e la spinse di schiena contro un albero dal tronco bello grosso.
    Sentì la corteccia aggredirle la schiena con ferocia
    e il corpo dell’uomo schiacciarla togliendole il respiro.
    Il petto strusciare contro al suo seno.
    Le braccia tendersi all’indietro. Legate all’albero.
    Stessa sorte tocco alle gambe. Aperte ed immobilizzate.
    Aveva ancora i muscoli indolenziti.
    Ma nulla a confronto di quel che stava per subire.
    E lo sapeva bene.
    Con la lingua prese a disegnarle una D sul ventre,
    passando e ripassando più volte su quella linea immaginaria.
    Le mordicchiò i capezzoli.
    Poi si allontanò lasciandola sola, tra i rumori poco rassicuranti del bosco,
    nel buio della benda.
    Della lettera sulla pelle rimase la saliva del Padrone percorsa da intense sensazioni di freddo
    stimolate dal vento. Trascorse un tempo infinito.
    Poi lo scricchiolio delle foglie indicò il ritorno del Padrone.
    Lo chiamò.
    Nessuna risposta se non lo schiocco inconfondibile della frusta
    che fece vibrare in aria.
    Iniziò a tremare. Non l’aveva condotta fin lì solo per regalarle qualche scudisciata.
    Doveva avere in mente qualcosa. Qualcosa di tremendo.
    Il calore che poco dopo avvertì alle gambe confermò i suoi timori.
    Era molto forte. “Fuoco. Possibile?”
    Interrogò disperatamente la sua mente alla ricerca di una risposta plausibile.
    Intanto le fiamme avanti a lei andavano affievolendosi.
    Il calore divenne più sopportabile
    fin quando non rimase soltanto un mucchio di carboni ardenti
    invisibili ai suoi occhi.
    L’uomo estrasse un coltello ed andò a conficcarlo tra di essi.
    Restò piantato con il manico ed un terzo di lama ancora fuori.
    Una croce incandescente dov’era sepolto l’inferno, pareva.
    Afferrò lo zaino che si era lasciato alle spalle
    e ne estrasse una bottiglia di whisky.
    La portò alla bocca della donna e senza darle modo di fiatare le fece ingurgitare
    quasi metà del contenuto. La bevanda alcolica infuocò presto le sue viscere.
    Contemporaneamente ne fece scivolare una parte dalle labbra ai seni
    inondandoli di dolce freschezza.
    “Non sentirai nulla, ora, vedrai….”
    Così dicendo l’uomo afferrò nuovamente il coltello
    e portò la punta infuocata a pochi millimetri dal ventre della donna,
    ignara di quanto le stava per accadere.
    La poggiò poco sopra l’ombelico facendola gridare
    come mai aveva fatto prima. Poi si fermò.
    La lama tremò. Qualche istante d’esitazione e si appoggiò alla carne.
    Altre urla. Strazianti. Mentre la pelle si colorava di un rosso cupo.
    Il suo corpo era scosso da fremiti di dolore, che presto si trasformarono in vere
    e proprie convulsioni.
    Ad intervalli la sua mente tornava ad accogliere
    il desiderio d’esser marchiata,
    ma l’odore di bruciato le dava la nausea.
    Le corde comunque permisero al Padrone
    di proseguire nel suo lavoro senza tanti problemi
    e alla curva sovrastante ne collegò un’altra….
    “Basta ti prego. Basta. Basta….” L’implorò.
    “Marchiata a fuoco. Come hai sempre desiderato….
    Una D, sul tuo ventre come simbolo della tua appartenenza a Me.
    La tua lettera preferita. L’iniziale del tuo nome. L’iniziale di Dorei.
    Di Donna, Dea, Demonio, Desiderio, Dedizione, Dominio.
    Una D sinuosa come un serpente, sensuale e peccatore
    come le tue voglie.
    Una D che si arrampica sul tuo corpo come segno divino e permanente di questa tua schiavitù che mi appartiene….”
    Così dicendo le slegò le gambe. Solo quelle.
    Sollevò le cosce, e dopo averle allargate a dovere le scivolò dentro.
    Con la lingua esplorò ogni centimetro di pelle
    leccando con delicatezza lividi e ferite.
    Per ripulirla.
    Per cancellare dolore e lacrime.
    Per amarla come solo lui sapeva fare….
    Infine le liberò i polsi e l’adagiò in terra.
    Ai suoi piedi.
    Al suo posto.

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