Venti ore

Un venerdì come tanti altri, il lavoro, il solito traffico del rientro verso casa, Federico guarda annoiato verso le altre auto. La tangenziale alle 17,30 è un fiume di macchine, si accende l’ennesima sigaretta “Debbo decidermi a smettere…” lo diceva sempre guardando il secondo pacchetto della giornata, già pesantemente intaccato.
Il solito imbecille con lo scooter che cerca di sfidare la legge dell’impenetrabilità dei corpi, la signora sul fuoristrada gigantesco ha l’aria incazzata, due romeni su una vecchissima Fiat che sembra la pubblicità di un antiruggine e l’immancabile esploratore delle cavità nasali…
L’idea di sentirsi diverso da tutta quella gente poteva essere presa per presunzione, ma non c’era alcun senso di superiorità, sapeva di avere una storia, una vita, simile a tante di quelle che lo circondavano, ma non poteva fare a meno di percepire una sorta di distacco, di distanza.
Gli capitava spesso ultimamente di osservare il mondo attorno in modo totalmente acritico, come incapace di provare emozioni, unico spettatore in un cinema vuoto dove proiettano una pellicola noiosa, senza colpi di scena, assolutamente prevedibile.
La temperatura era insolita per quel periodo, quasi la fine di maggio, cielo grigio e un freddo che non contribuiva certo a rendere meno cupo il suo umore.
Ogni tanto tirava fuori dal taschino della giacca il cellulare, un po’ per guardare se c’erano messaggi, un po’ per il vezzo di non portare mai l’orologio, per cui il telefono assolveva anche a quel compito. In effetti, l’ora poteva tranquillamente leggerla sulla strumentazione della macchina, ma raccontava a se stesso quella scusa per giustificare una sottile ansia da mancanza di comunicazioni, di cui le ultime bollette erano le impietose testimoni.
“A chi posso rompere le scatole?” pensava, ma poi la fila si era mossa, gli era sembrato di vedere con la coda dell’occhio una pattuglia della polizia municipale e aveva rimesso via il telefono, anche perché il mucchio di multe che s’era accumulato sulla scrivania stava diventando imbarazzante…
Fra un’occhiata all’ora, uno sguardo ad una ragazza in motorino con una gonna splendidamente corta era arrivato al cancello del parcheggio, era sceso ad aprire maledicendo i condomini del suo palazzo per non aver voluto installare un automatismo e il suo pensiero s’era infine rivolto alla cena.
Come d’abitudine, entrando al supermercato, aveva passato in rassegna le casse per scegliere in quale fosse la ragazza più carina, così da dirigersi lì una volta finito il giro.
“Niente carrello, un cestino è più che sufficiente!” è uno dei segni inequivocabili di riconoscimento dei singles italiani del ventunesimo secolo. Qualche tempo prima aveva assistito ad uno spettacolo di una comica che chiedeva al pubblico quale fosse il luogo in cui si “rimorchiava” di più oggi e, nonostante la sorpresa dell’attrice, aveva convenuto fra sé che il supermercato era fra i luoghi cult per l’abbordaggio, e non solo fra singles come sarebbe normale pensare.
Sul nastro erano appoggiati un salamino, biscotti, latte, pane, una scatola di corn flakes e una rivista di moto. La cassiera che aveva adocchiato qualche minuto prima non c’era più per cui s’era diretto dove la fila sembrava meno lunga. Una rapida occhiata al pacchetto delle gauloises per avere la conferma che non avrebbe avuto bisogno di comprarne ancora.
Solito cortile, solito androne con il solito motivo canticchiato giusto perché con l’eco di quello spazio vuoto la voce assumeva un tono maestoso. Due piani in un ascensore anni 60, di un orrendo color rosso lacca con particolari d’ottone dorato; da bambino si incazzava sempre quando i suoi amici dicevano che quell’ascensore era brutto e metteva paura, brutto lo era certamente, ma non era spaventoso, a parte quelle due volte in cui era mancata l’energia elettrica.
Una volta in casa, di nuovo il solito rituale, spesa in cucina e di corsa a pisciare, ventiquattr’ore e giacca sul letto, l’interruttore del modem, poi quello del pc, con quella ventola bastarda che sembrava un phon perennemente acceso.
La coscienza gli diceva di andare almeno a mettere il latte in frigo, ma l’occhio rosso della connessione ADSL lo aveva, come sempre, catturato.
“Vabeh, giusto uno sguardo alla posta”
Ovviamente non c’erano messaggi, visto che aveva controllato le sue mail due minuti prima di spegnere il computer dell’ufficio, a parte, come al solito, le sei o sette che nella casella spam lo invitavano a comprare il soft viagra, oppure ad andare a guardare delle teenagers che si facevano scopare da mitologici neri dotati come capodogli.
Quasi inconsciamente le dita avevano guidato il cursore sui preferiti, ad aprire la finestra della chat.
“A quest’ora non ci sarà certo nessuno, giusto un po’ di telefoniste 144 o cacciatrici di ricariche…”
Digitando il nick pensò a quante volte s’era detto che doveva mettere fra gli appunti il suo profilo per evitare di scriverlo ogni volta, e ogni volta la pigrizia iscritta nel suo DNA aveva la meglio. Le rooms erano semivuote, come aveva immaginato, perciò s’era deciso ad alzarsi, sistemare la spesa e preparare qualcosa per cena.
Al telegiornale l’elenco dei morti, fra Iran, Iraq, una rapina in villa e un’esecuzione alla Vucciria, era lungo come sempre, e, crescente, la sensazione di anestesia dei sentimenti anche rispetto a quelle morti, sicuramente indotta da una sovraesposizione mediatica del dolore, che tanto è sempre dolore altrui…
Un’altra sigaretta e di nuovo al pc, ad osservare se la chat si è un po’ animata.
Entra nella room dove di solito va a caccia, non proprio una riserva privata, visto che di bracconieri ce ne sono molti, ma comunque un posto dove si trova abbastanza bene, frequentata da alcune persone con le quali ha in comune un certo modo di vivere i rapporti.
Dopo i noiosissimi saluti di rito, cala il silenzio e Federico rimane qualche minuto ad osservare il monitor, indeciso se, una volta tanto, chiudere e andare a dormire ad un’ora umana o rimanere ancora un po’.
Un nick nuovo appare in fondo alla lista, niente di eclatante, un nome ed un numero, presumibilmente un riferimento all’età, niente nel profilo, poteva essere chiunque, il solito uomo mascherato da donna per provare il brivido dell’essere donna per un momento senza correre rischi, vigliaccamente nascosto dietro a una tastiera, oppure una delle tante meteore che popolano quel tipo di chat.
Un invito a parlare in privato, senza molta convinzione, anzi, con la certezza che sarebbe stato un buco nell’acqua, anche se uno strano campanello suonava lontano.
– Ciao
– Ciao
Le solite frasi standard da chat non avevano trovato spazio nel loro discorso, ma al contrario lei inizia a farli domande precise, sembrava davvero interessata alle risposte, non erano sciocchezza buttate lì tanto per dire qualcosa.
Il campanello adesso suonava un po’ più forte.
Certo, il dubbio che potesse essere uno scherzo rimaneva, ma chissà perché, perdeva forza ogni istante, e di pari passo cresceva una strana sintonia, una sorta di confidenza.
Il tempo sembrava aver rallentato il suo cammino.
– parliamo, invece di scrivere
La scritta era apparsa sul monitor come se fosse sempre stata lì, sapeva d’essere stato lui a farla apparire, ma era come se le dita che battevano sulla tastiera non gli appartenessero, come se fossero dotate di vita propria
– 339…..
Anche il numero sembrava fosse sempre stato lì, aspettava solo d’essere svelato.
Senza aggiungere una riga aveva preso il cellulare e stava ascoltando il tono della chiamata in partenza.
“Beh, era la sola conclusione possibile, non credi?”
“Dici? Non so ancora perché ti ho dato il mio numero, non lo faccio mai, neppure dopo tempo che conosco una persona, figuriamoci un uomo appena conosciuto, in una chat erotica poi!”
Il tono era caldo, estremamente sensuale, torbido. E quella erre…
Federico iniziò a parlarle come se la conoscesse da sempre e man mano che parlava la sua voce diventava ancora più profonda di quanto non fosse normalmente, sembrava liquida, avvolgente, sentiva quasi che le parole potessero toccare la pelle di Laura come l’acqua di un bagno caldo e profumato.
Quando si salutarono erano le tre del mattino.
Non c’era stata alcuna promessa di sentirsi ancora il giorno dopo, ma lui sapeva già che le avrebbe parlato ancora molto presto, mentre stava per mettersi a letto il suono dell’arrivo di un sms, avvicinandosi al telefono sorrideva, aspettava quel messaggio, era certo che sarebbe arrivato.
«è stato piacevole parlare con te, tutto molto fluido»
Sorrideva ancora quando, appena poggiata la testa sul cuscino, era piombato in un sonno profondo e improvviso.

Al mattino, nonostante fosse sabato ed avesse potuto dormire quanto voleva, aveva un mal di testa da guinness, quindi dopo il caffé prese una bustina di mesulid, l’unica cosa che gli avrebbe permesso di affrontare la giornata. Il rito prevedeva poi la prima sigaretta e il consueto controllo dei messaggi sul telefono.
Nulla, probabilmente Laura stava ancora dormendo o, forse, quello della sera precedente era stato solo un episodio destinato a rimanere unico. Messaggi, crea nuovo, «buongiorno», invia.
La risposta arrivò dopo qualche ora, cordiale ma nulla di più, quasi a non volersi scoprire. C’era però qualcosa, il campanello ora suonava molto forte, disse fra sé che probabilmente l’analgesico non aveva ancora fatto effetto.
Alle 21,30 il cellulare aveva suonato, Laura pensava d’averlo sorpreso, ma lui sapeva perfettamente che sarebbe successo, volutamente non l’aveva cercata per tutto il giorno, nessun messaggio, nessuna chiamata, era certo che alla fine lei avrebbe ceduto, forse per semplice curiosità, o forse per un’altra ragione.
Le voci erano di nuovo calde, molto più complici della sera precedente, i discorsi scorrevano in una danza di avvicinamento che via via si faceva più forte, coinvolgente. Gli sembrava di ascoltare il Bolero di Ravel, l’impressione era quella di un crescendo inarrestabile.
Dalle chiacchiere generiche, superficiali, ora si stavano addentrando in un terreno molto più personale, più intimo, la sottile vena d’erotismo che aveva colto da subito era ora evidente, palpabile. Lei gli aveva confessato la sua natura sottomessa in modo molto naturale, con la consapevolezza di una persona forte e determinata nelle relazioni quotidiane, ma docile, pronta ad essere guidata da un uomo, ad annullare la propria volonta ed il proprio essere in lui.
Quello che Federico aveva percepito era dunque vero, la sua attrazione verso quella voce aveva trovato conferma nelle parole di lei, nel suo aprire un varco per farlo entrare più profondamente nel suo essere. Poteva leggerle dentro, quella che fino a poco prima era solo un’idea vaga diventava una lucida certezza.
Iniziò ad accarezzare i suoi sensi, a proiettarle nella mente le immagini di quelle fantasie che lei stessa non sembrava conoscere, nascoste in fondo a cassetti mai aperti di cui lei non aveva la chiave, che lui non ebbe alcun bisogno di forzare, aveva libero accesso, si aggirava in un castello con mura e pareti di cristallo, ogni angolo era limpido e illuminato.
Laura era sdraiata sul letto, il respiro s’era fatto sempre più affannato, un piacere intenso, bollente le scendeva lungo la spina dorsale, invadeva ogni fibra del suo corpo, le stringeva lo stomaco, pesava sulle sue spalle, sul petto, il calore le arrossava il viso.
La voce di lui l’aveva portata in una grande vasca, piena d’acqua calda, le sue mani si impossessavano di ogni centimetro della sua pelle, la esploravano, sfioravano i suoi capezzoli, generavano lievi onde che lambivano e scoprivano il suo corpo.
Le dita di una mano erano bianche per lo sforzo di stringere il telefono, l’altra era poggiata sul letto al suo fianco, incapace di muoversi. Aveva tirato su le gambe aprendole un poco, sentiva lo sguardo sfrontato di lui addosso, come se fosse lì di fronte a lei, ma non riusciva a muoversi, sentiva che il suo umore aveva macchiato l’intimo candido, sempre più abbondantemente, senza però provare alcuna vergogna o imbarazzo, anzi.
Quando infine, nell’acqua calda, le mani di lui erano arrivate ad impadronirsi con forza del suo sesso, un lento, lunghissimo orgasmo giunse a scuoterle il bacino e il ventre, senza che lei avesse fatto nulla per provocarlo, né potesse più fermarlo. Ansimava, gemeva sottovoce, con quella voce che continuava ad eccitarla, a soffiare come un vento nel cervello.
“Voglio vederti.”
Tutto scorreva come su binari tracciati da una volontà superiore alla loro. Federico le rispose soltanto “Quando”.
“Venerdì verrò a Roma, se vuoi.”
Di nuovo le tre del mattino, ma nessuno dei due sentiva la stanchezza, tutti i loro sensi erano al massimo. Quasi senza più parlare chiusero la telefonata.
Il giorno seguente, domenica, il gioco continuò attraverso una serie di sms, nonostante entrambi fossero impegnati con amici o familiari, il livello d’eccitazione anziché affievolirsi cresceva impercettibilmente.
Passarono poi tutta la settimana a mandarsi messaggi, tutte le sere passavano ore al telefono e quasi tutti i giorni si ripeteva l’incanto di quel sabato notte, lui la prendeva per mano e la guidava in altre storie, le mostrava quadri e fotografie che le erano familiari eppure sconosciuti.
Alle 19 del venerdì era ad aspettarla alla stazione, nonostante si fossero scambiati soltanto una foto, si riconobbero immediatamente. Lei non sembrava a suo agio, sentiva il suo sguardo addosso, la sua gentilezza la imbarazzava.
Seduti al tavolo di un bar parlavano amichevolmente del più e del meno, gli occhi di lui sempre a scrutarla, ad osservarne ogni particolare.
“Sei molto più bella di quanto immaginassi.”
I complimenti la imbarazzavano, e, per quanto fosse evidente, lei glielo disse con decisione.
Nel tragitto che li portava in albergo continuarono a chiacchierare, lui la guardava ogni volta che poteva distrarsi dalla guida, lei si guardava intorno, conosceva già Roma, le piaceva molto, perciò il suo sguardo vagava fuori dal finestrino, fra un monumento, un brutto palazzo e il verde di un parco.
Appena entrati nella stanza, improvvisamente, i loro atteggiamenti cambiarono completamente. Erano abbracciati, stretti, si baciavano profondamente, quasi con violenza, senza parlare.
La accarezzava con lentezza e decisione, mentre lei si sfilava la maglia, slacciava e faceva cadere il reggiseno.
Il suo seno era incredibilmente turgido, non molto grande, la pelle liscia e profumata, adagiandola sul letto le accarezzava e stringeva i capezzoli fra le dita. In un silenzio irreale le loro lingue continuavano ad intrecciarsi senza sosta, senza respiro. Si staccarono per il tempo necessario a togliersi gli altri vestiti di dosso poi di nuovo erano allacciati, stretti, frenetici nei movimenti.
Scendendo dal seno le accarezzava la pelle con la mano aperta perché ogni falange, tutto il palmo gli rimandassero ai nervi quella intensa sensazione, e quando arrivò al pube il bacino si sollevò per farlo giungere al più presto sulle labbra gonfie.
Il primo orgasmo era arrivato immediatamente, leggero, preludio a qualcosa di più grande.
Senza smettere di baciarla le aveva passato una mano dietro alla nuca e, tenendola per i capelli l’aveva costretta con forza a piegare la testa all’indietro, iniziando a possederla con le dita.
La mente di lei era totalmente succube di quelle mani e del piacere che le facevano provare, giunse di nuovo al culmine del piacere, stavolta molto più intenso, esplosivo. Sapeva e temeva che non si sarebbe, non si sarebbero fermati, che per quanto fosse forte, era solo l’inizio.
Lui staccò la bocca solo per portarsi le dita alle labbra ed assaporarle per poi tornare a baciarla e fondere i loro sapori.
Era ormai tardi quando decisero di uscire per mangiare qualcosa. Laura aveva scalato le cime del desiderio non sapeva più quante volte, senza mai tornare completamente indietro, l’aveva tenuta in uno stato di perenne tensione, anche quando sembrava che volesse lasciarla acquietare. Lui, al contrario, non aveva voluto concedersi il piacere, totalmente immerso nella percezione di lei.
Una volta usciti, di nuovo, la sensazione di distacco, erano paradossalmente più nudi allora, in mezzo alla gente di quanto fossero poco prima in quella stanza.
Nonostante fosse quasi mezzanotte riuscirono a mangiare una pizza, velocemente, entrambi si sentivano fuori posto. Tentarono di fare due passi per le vie di Trastevere, un caffé, e poi di nuovo in auto, quasi in silenzio verso il loro rifugio.
Chiusa la porta alle spalle, il silenzio che era calato non si spezzava, era rimasto un disagio strano. Si misero nel letto che profumava ancora dei loro corpi con l’implicito accordo di dormire. Federico stava guardando il soffitto, ripercorreva con la mente le ore appena trascorse, quando Laura venne ad appoggiare la testa sul suo petto. Istintivamente la abbracciò e lei strinse il suo corpo al suo, cingendogli i fianchi con un braccio. Con due dita le sollevò il mento per baciarle le labbra, la bocca aperta di lei era un nuovo, irrinunciabile invito.
Di nuovo mani e lingue che in silenzio si intrecciavano, di nuovo il profumo intenso del suo umore lo ubriacava, di nuovo le dita ad impossessarsi del suo intimo, di nuovo lei era sulle montagne russe del desiderio, di nuovo lui invece cercava di negarsi, senza però, stavolta, riuscire a farlo.
Erano abbracciati, ancora avvolti nel loro stesso sudore e profumo, quando il sonno aveva vinto la battaglia con il sesso.
Federico però durante le poche ore rimaste prima del mattino, s’era svegliato più volte, lei era sempre su di lui, girando di poco la testa respirava i suoi capelli corti e morbidi.
Erano solo le otto del mattino quando anche lei aprì gli occhi.
Istintivamente si strinse a lui a cercare ancora il contatto dei corpi, alzò la testa per guardare se ancora dormisse, l’incontro degli sguardi fu sufficiente a riaccendere i loro sensi.
Come era successo la sera e la notte precedenti, un silenzio assoluto faceva da sfondo al loro mescolarsi di corpo e anima, dolcezza e violenza si amalgamavano perfettamente, ancora una volta i sensi gridavano ciò che le voci non riuscivano ad esprimere.
Improvvisa come era arrivata, la tempesta cessò, la luce del sole che filtrava dalla persiana fotografava la scena, delineava i contorni che fino ad allora erano rimasti sfumati, indistinti.
“Me ne vado, torno a casa.” disse Laura.
Gli sembrava la cosa più logica e naturale del mondo, ma anche la più assurda.
Sapeva che gli sarebbe bastato dire semplicemente no e lei sarebbe rimasta, ma qualcosa nella sua mente lo costrinse a rispondere in modo asciutto.
“Ti accompagno alla stazione.”
Il tragitto fino alla stazione li vide cercare di darsi delle spiegazioni, delle giustificazioni forse, senza però arrivare ad una conclusione logica o quantomeno accettabile. Era successo, semplicemente, nessun rimpianto né rimorso.
La macchina in doppia fila li vedeva una di fronte all’altro, gli occhi negli occhi. Un nuovo, lunghissimo bacio, interminabile, meraviglioso, poi un altro e un altro ancora.
Laura prese il trolley che non aveva nemmeno aperto, lui le accarezzò il viso senza parlare.
Seduto nell’auto si accese l’ennesima sigaretta, guardandola camminare senza voltarsi in mezzo alla folla della stazione, Federico non si aspettava certo che lo facesse.
Lentamente si immise nel traffico intorno alla stazione, il semaforo rosso lo costrinse a fermarsi. Erano passate venti ore da quando era andato a prenderla alla stazione. Guarda annoiato verso le altre auto, si accende l’ennesima sigaretta “Debbo decidermi a smettere…”

Venti oreultima modifica: 2007-11-16T10:50:05+01:00da shujin
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