Bahr-el-Nil, il grande fiume

Il tassista che ci accompagnava all’aeroporto, come spesso accade con i tassisti romani, aveva voglia di chiacchierare, nonostante l’ora. Io, invece, al mattino presto non sono mai dell’umore adatto a fare conversazione, oltretutto su un argomento così idiota come il calcio.
Neanche Giovanna aveva molta voglia di parlare ma, stoicamente, si è adattata ad intrattenere un minimo di conversazione, anche per sopperire alla mia scortesia mattutina.
Il volo della Egypt-Air sarebbe decollato alle 9,30 perciò, una volta espletate le formalità di check in e controllo passaporti, avevamo tempo per un caffè e l’acquisto di qualche rivista.
Avevamo deciso all’ultimo momento, come al solito, di partire per quella crociera sul Nilo. Entrambi siamo ottimi clienti del last minute ed eravamo riusciti a ritagliarci una settimana dagli impegni di lavoro dell’inizio di ottobre. Ci attirava l’idea di scaldarci ancora un po’ al sole per affrontare meglio l’inverno e, contemporaneamente, visitare luoghi unici al mondo.
Seduti in aereo, abbiamo passato l’ora e mezza del volo leggendo, oltre al giornale e alle riviste, il programma del viaggio che l’agenzia aveva dato noi insieme ai biglietti e alla brochure del tour operator.
Io, seduto vicino al corridoio, mi guardavo attorno, ascoltando i commenti degli altri passeggeri, divertito e incuriosito dai personaggi che popolano in genere gli aerei diretti verso luoghi di vacanza. C’era la solita signora entusiasta che cinguettava espressioni di giubilo e sorpresa per qualsiasi stupidaggine, dalla splendida colazione, alle splendide hostess, alle splendide nuvole sotto di loro; certamente era una di quelle che avrebbe applaudito all’atterraggio definendolo, ovviamente, splendido.
Nella fila di fianco, solo un posto dietro rispetto a me, una ragazza con una cascata di capelli neri, appena mossi, la bocca disegnata e carnosa, l’ovale del viso quasi perfetto, vestita in maniera semplice e sportiva, adatta a viaggiare. Mi stava guardando quando mi sono girato verso di lei, gli occhi scuri, profondi, appena velati da una tristezza lieve, almeno così mi sembrò.
Le ho sorriso in modo naturale, avevo sentito un’immediata complicità, probabilmente a causa dell’espressione che anche lei aveva assunto nell’ascoltare il cinguettio della signora.
Ha ricambiato il sorriso con uno sguardo profondo, che mi ha provocato un brivido lungo la schiena.

“Nei sessanta e più anni della sua vita proprio ora doveva decidersi a provare la piacevole vacanza in crociera?”, ho pensato tra me subendo il fastidioso squittio della signora biondo platino che non faceva altro che parlottare con chiunque.
Ho abbandonato la testa sul sedile cercando di rilassarmi. Volare mi aveva sempre agitata parecchio, una piccola fobia che avevo avuto fin dal mio primo viaggio fatto in aereo qualche anno prima. Ho cercato di distrarmi con il film in lingua inglese che stavano trasmettendo sullo schermo, ma visto che capivo poco e niente ho finito con l’osservare gli altri viaggiatori.
Appena un sedile più avanti sulla destra un uomo ed una donna parlavano tra di loro. Proprio mentre li stavo guardando l’uomo si è voltato verso di me.
Mi aveva guardata in un modo particolare. Era stata un’occhiata veloce e quasi furtiva, ma non sbadata. Era stato uno sguardo che mi aveva presa, come se fossi stata esaminata fin nel mio interno.
Mi sono sentita a disagio in un primo momento, quando mi sono accorta di avere fissi su di me gli occhi di quell’uomo. Sicuramente sarò arrossita leggermente, abbassando lo sguardo sulla rivista che tenevo stretta in mano senza in realtà leggere una parola di quello che c’era scritto, e voltandomi velocemente verso il finestrino per evitare gli occhi di quell’insolente sconosciuto.
Poi però mi sono fatta coraggio. In fondo quei giochetti mi sono sempre piaciuti. Così ho cercato con un’aria sfrontata e divertita di sostenere il suo sguardo, distendendomi subito dopo sul sedile.
Ci siamo persi di vista nel momento dello sbarco. Io l’ho cercato tra tutte quelle persone che si accingevano a scendere, ma non sono riuscita a vederlo.

La temperatura all’aeroporto del Cairo era perfetta; un piacevole caldo che ci ha costretti a rimanere solo con addosso chi la camicia, chi una maglia leggera. Nell’autobus che ci accompagnava all’imbarco l’aria condizionata è stata una piacevole sorpresa, soprattutto perché lo sbalzo di temperatura aveva fatto sì che i capezzoli di quasi tutte le donne si inturgidissero, particolare che non mi sfuggiva mai.
Ridendo l’ho fatto notare a Giovanna che, per nulla imbarazzata, ha stirato un po’ la camicetta con le mani affinché si vedesse meglio e, contemporaneamente, si è guardata intorno per fare un confronto con le altre. A quarant’anni era molto fiera del suo seno e di potersi permettere di non usare il reggiseno. Il mio sguardo si è voltato quasi subito verso la maglia verde scuro della ragazza che era con noi in aereo e che, come avevo scoperto con soddisfazione, era salita sullo stesso pullman e avrebbe fatto la stessa crociera.
Di nuovo mi stava guardando e, immediatamente, si è accorta cosa io stessi osservando con tanta sfrontatezza. Ha tratto un profondo respiro spingendo in fuori il seno per far risaltare ancora di più i capezzoli duri, con uno studiato atteggiamento distratto. A me, tutto a un tratto, la temperatura dell’aria condizionata è sembrata salire di qualche grado.

Anche se l’autobus aveva l’aria condizionata non sono riuscita a fare a meno di sfilare la t-shirt verde che indossavo, rimanendo con un top bianco con le spalline sottili, comprato solo il giorno prima in un negozio del centro.
E di nuovo ho avuto quella sensazione…
Di nuovo percepire quelle occhiate come se mi stessero strappando via di dosso i vestiti. Mi sono girata ed ho incontrato di nuovo quegli occhi. Due occhi verdi e accesi. Mi fissavano tra la gente. Mi fissavano in viso per poi subito scendere, lungo il collo liscio e sottile, e poi ancora in basso verso il seno. I capezzoli mi erano diventati dritti e duri, puntando verso l’alto quasi come in segno di sfida e già accentuati dalla maglia chiara e sottile, e l’uomo guardava spudorato proprio in quella direzione.
Mi sono adagiata meglio sullo schienale sospirando. La provocazione era una cosa che mi aveva sempre eccitata. Il seno si è gonfiato sotto il profondo respiro mentre guardavo, fingendo disattenzione, in direzione dell’uomo.
Mi piaceva quel gioco. Mi faceva impazzire. Il mio ragazzo, d’altronde, non faceva mai caso a queste piccole cose, mentre l’uomo dal canto suo continuava a guardarmi noncurante della donna che aveva al suo fianco.
Così ho deciso di giocare fino in fondo passando, in modo lieve e quasi impercettibile, la lingua sul labbro inferiore. Poi ho aperto il libro che avevo con me nella borsa ed ho cercato la pagina con l’angolo piegato come ero solita fare. Mi sono voltata ancora verso l’uomo, ed ho pensato che quella sarebbe stata una meravigliosa vacanza.

Il traffico della città era esattamente come descritto da chiunque l’avesse sperimentato almeno una volta. Il Cairo è un fiume eterogeneo di automobili in continuo movimento, i clacson non smettono un istante di suonare, regna l’anarchia più assoluta ma, stranamente, nessuno sembra innervosirsi sul serio e, bene o male, il flusso non si arresta mai. È il ritratto perfetto di caos ordinato.
Fuori dalla città le auto diventavano rarissime sulla strada polverosa che ci portava verso Al Jizah, la spianata di Giza, dov’era l’albergo nel quale avremmo sostato qualche giorno prima di partire alla volta di Luxor.
Il marmo della reception era lucidato a specchio, giovanissimi inservienti si occupavano di lustrarlo tre volte al giorno. Appena arrivati siamo stati accolti con un cocktail analcolico a base di limone molto fresco e dissetante; uno sciame di ragazzi con uniformi perfette si occupava dei bagagli, mentre il concierge ci mostrava il bar, il ristorante, la piscina e, infine, la vista sulla piana con le tre grandi piramidi della quale era, a ragione, particolarmente orgoglioso.
La figura di quella ragazza dai capelli scuri si stagliava nitida nella grande vetrata che affacciava sulla piana. La silhouette si adattava perfettamente a quel panorama fatto di spigoli vivi delle opere dell’uomo e morbide curve di dune e palme da dattero.
Mi sono sorpresa a fissarla con sempre maggior interesse, qualcosa mi rendeva inquieto. Sicuramente l’ultimo sguardo che lei mi aveva rivolto ma, soprattutto, quel piccolo gesto fatto con la lingua sulle labbra nel quale ho colto, nonostante fosse stato compiuto con apparente innocenza, un’intenzione provocatoria.
“Questa vacanza potrebbe rivelarsi più interessante di quanto credessi…”, ho pensato con compiacimento. “Vediamo sin dove vuoi arrivare con il tuo gioco”.
Quasi potesse leggermi nel pensiero lei si è voltata a guardarmi, ha chinato leggermente la testa senza però abbassare lo sguardo in risposta al sorriso che io, sfiorandomi le labbra con un dito, le ho rivolto.

“Ma questo albergo è meraviglioso!”, ho detto a Paolo mentre un ragazzo vestito di tutto punto si adoperava per recuperare i bagagli.
Mi sono avvicinata alla grande vetrata e mi è sembrato quasi di guardare attraverso una finestra su un altro pianeta. Le tre piramidi, perfette e maestose nella loro sacralità, si stagliavano con le loro punte triangolari contro il cielo diventato rossastro dal sole, quasi totalmente nascosto dietro l’orizzonte.
Scendendo con lo sguardo ho riconosciuto la donna che accompagnava quell’uomo misterioso incontrato in aereo. Mi ero accorta di cercarlo inconsciamente sempre più spesso con gli occhi.
Lei era seduta a bordo piscina con i piedi nell’acqua mentre lui, distante pochi metri, era in piedi alle sue spalle. Sorseggiava un cocktail e guardava nella mia direzione. Io mi sono voltata all’indietro.
“Possibile che stia guardando ancora me?”, ho pensato.
Ma alle mie spalle non c’era nessuno, tranne un giovane facchino che stava disponendo dei fiori in un grosso vaso proprio davanti alla reception.
In quel momento l’uomo si è avvicinato le dita alle labbra, le ha sfiorate lentamente e mi ha sorriso. Un gesto estremamente sensuale che mi ha proiettato in un istante in una camera da letto ampia e senza luce. Quell’uomo mi aveva legato entrambi i polsi dietro la schiena e mi costringeva ad inginocchiarmi a terra proprio di fronte a lui. Mi sono accorta che, rispondendo a quel sorriso, istintivamente ho abbassato la testa, mentre un calore liquido inatteso inumidiva gli slip neri sotto i jeans.
“Tesoro, andiamo a fare una doccia, sono stanco morto. Poi potremo stare in piscina tutto il tempo che vorrai”, mi ha detto Paolo arrivandomi alle spalle e risvegliandomi da quel sogno sconveniente.
“Si, andiamo”.
La doccia fresca in effetti mi aveva fatto scivolare via di dosso la spossatezza del viaggio e quella strana sensazione che mi aveva assalita qualche minuto prima.
Mi sono distesa sul grande letto matrimoniale stropicciando le lenzuola bianche con i piedi nudi. I capelli bagnati hanno inumidito il cuscino sul quale era posato, al centro, un cioccolatino avvolto in carta argentata. L’ho scartato dalla pellicola e l’ho messo in bocca. Ho schiuso leggermente le labbra e l’ho avvolto con la lingua aspettando che si sciogliesse un po’, poi ho succhiato leggermente e la crema nascosta al suo interno è arrivata calda fino in gola.
“Vado a farmi una doccia anch’io, metti un po’ di musica se vuoi”, mi ha detto Paolo mentre spariva dietro la porta del bagno in una nuvola di vapore.
Ho inserito un cd nel lettore sul mobile di legno scuro di fronte al letto, poi mi sono avvicinata alla finestra e mi sono stretta nell’accappatoio ormai bagnato. La piscina era deserta ed i lampioncini che ne seguivano il bordo formavano dei bellissimi giochi di luce sull’acqua. Ho aperto la valigia ed ho iniziato a tirar fuori gli abiti spargendoli sulle lenzuola. Dovevo scegliere un vestito, era quasi ora di cena.

Quella sera sono sceso di proposito in ritardo per la cena. Volevo vedere dove fosse seduta quella ragazza per fare in modo di esserle di fronte. Non troppo distante, ma neppure troppo vicino; uno sguardo è stato sufficiente per trovare un posto adatto. Ho fatto sedere Giovanna ed ho lanciato la prima occhiata verso il tavolo dei due.
Mi è sembrato di cogliere un leggero rossore salire al viso della ragazza nel momento in cui lei si è accorta che la stavo guardando. Il lieve imbarazzo era confermato anche dai gesti improvvisamente un po’ più impacciati come quando, versandosi dell’acqua, l’aveva fatta traboccare dal bicchiere. Ho sorriso all’indirizzo della ragazza che ha abbassato gli occhi arrossendo ora vistosamente.
La cena si è risolta in una schermaglia di sguardi, sempre più frequenti, sempre più intensi e, al termine, alcuni si sono spostati nel bar della piscina per chiacchierare e fare conoscenza.
Ho notato con disappunto che fra le persone sedute sui grandi cuscini colorati la ragazza non c’era. Con una scusa ho fatto una piccola ricognizione nei paraggi per controllare se fosse, magari, nel bar interno o nella piccola discoteca dell’hotel, ma niente, sembrava proprio fosse tornata in camera. Il mio umore, allegro fino a qualche minuto prima, era cambiato al punto che ho detto a Giovanna che era forse ora di ritirarsi, anche se era ancora presto.
Una volta saliti nella nostra piccola suite, Giovanna mi si è avvicinata con quella luce negli occhi che conoscevo bene, le sue labbra erano grandi e morbide e calde; le ho slacciato il lungo abito di lino facendolo scivolare a terra. Le forme morbide della mia donna mi hanno sempre eccitato moltissimo, così le ho stretto un seno con la mano avvicinandomi il capezzolo alla bocca per morderlo, mentre lei mi aveva già preso il sesso nella mano e lo accarezzava lentamente. Sapeva perfettamente come farlo per darmi piacere.
L’ho fatta appoggiare al muro vicino alla finestra e, sfilatele le mutandine, l’ho penetrata in piedi, tenendole i polsi bloccati con una mano mentre, baciandola, succhiavo la lingua con forza. Nella mia mente, però, accadeva qualcosa. Il viso della ragazza mora continuava ad affacciarsi. Era lei che stavo possedendo. Anche sotto la doccia non riuscivo a scacciare l’immagine di quegli occhi scuri e profondi che non si staccavano dai miei.
Tornato in camera ho visto Giovanna che dormiva, così ho deciso di uscire a fare due passi per schiarirmi le idee. Quasi senza volerlo mi sono ritrovato di nuovo nel parco dell’albergo. Ho acceso una sigaretta percorrendo il vialetto che separava la piscina dal giardino nel quale di giorno ci si poteva ristorare un po’ dal sole bollente di quel pezzo d’Africa.

“Che hai? Ti vedo pensierosa”, mi ha detto Paolo prendendomi la mano che avevo appoggiato sul tavolo.
“Nulla, ho solo fame”, ho risposto sorridendogli nel modo più naturale che sono riuscita ad avere.
In realtà, dal momento in cui ci siamo seduti al tavolo per la cena, non ho fatto altro che guardarmi intorno per cercare gli occhi di quello sconosciuto. Non era seduto tra i presenti. La sala era grande ma dal nostro posto, quasi centrale, riuscivo bene o male a vedere tutti, e di lui neanche l’ombra.
“Vado un secondo in bagno”, ho detto a Paolo alzandomi.
Avvicinandomi alla porta della toilette, invece di entrare, ho proseguito per il corridoio fin quasi alle cucine ed ho fermato un cameriere con in mano un paio di bottiglie di vino.
“Mi scusi, posso sapere se ci sono magari più turni per la cena? Sto aspettando una persona ma non la vedo arrivare”, gli ho chiesto con disinvoltura.
“No, signora. Abbiamo un unico turno, ma magari chi aspetta ha preferito cenare in camera. Sa, sono piccoli vizi che non si possono permettere tutti i giorni”, mi ha risposto strizzandomi l’occhio e proseguendo verso i tavoli.
Così sono tornata a sedermi. Che davvero avesse preferito rimanere in camera? A quel pensiero la fame andava già scemando.
Poi tutto a un tratto l’ho visto. Era in piedi appena davanti la porta d’entrata con a fianco la sua donna. È rimasto immobile qualche secondo guardandosi intorno, poi i suoi occhi si sono fissati su di me. Sono sicura di essere diventata rossa.
Ha preso la donna per mano e si sono seduti proprio di fronte al nostro tavolo.
“Ma che fai? Stai attenta”, mi ha detto Paolo ridendo quando, versandomi dell’acqua, ne ho rovesciata un po’ sulla tovaglia bianca.
Ho abbassato la testa sulla chiazza bagnata ma solo per evitare lo sguardo dell’uomo che, seduto a pochi metri, continuava a spogliarmi con gli occhi.
Per tutta la cena, d’altronde, non abbiamo fatto altro che guardarci. E io ho cercato, quanto più ho potuto, di sostenere i suoi sguardi, anche perché non riuscivo a staccare gli occhi di dosso dalle sue labbra ogni volta che le schiudeva per mettere in bocca qualcosa.
“Ti va di fare una passeggiata?”, mi ha chiesto Paolo proprio mentre inforcavo l’ultimo pezzo di dolce.
“Si, certo. Andiamo”.
Così finita la cena ci siamo alzati, mentre molta gente cominciava a riunirsi attorno alla piscina per prendere qualcosa da bere.
Siamo usciti e ci siamo incamminati verso il parco. Al buio gli alberi e le palme che ci sfilavano vicino sembravano degli enormi pilastri che, con le loro foglie, coprivano gran parte del cielo. Solo la luna, a piccoli frammenti, faceva capolino tra gli spiragli formando dei fasci di debole luce.
Ci siamo fermati di fronte ad una piccola fontana, dove l’acqua continuava a scorrere attraverso una serie di piccole cascate.
“Dove la prenderanno tutta quest’acqua? Non siamo in mezzo al deserto?”, gli ho chiesto io immergendo due dita tra i getti.
“Vieni qui…”, mi ha risposto lui stringendomi la vita con le mani e infilandomi la lingua in gola.
Il suo modo di fare, sempre leggermente irruente, mi eccitava da matti. Solo che quella sera ero strana. Non so cosa mi abbia preso. Mi facevo baciare, accarezzare, toccare e mi piaceva. Ma se chiudevo gli occhi davanti a me non vedevo il mio uomo infilare la mano nei pantaloni e cercarmi, ma lo sconosciuto.
Paolo ha cominciato a torturarmi e a prendermi con le dita finché, aggrappata sulle spalle di lui, non sono venuta bagnandogli la mano fino al polso. Poi mi ha fatto inginocchiare a terra. Gli piaceva da matti ogni volta che lo facevo venire con la lingua. Mi diceva sempre che era calda e che sapevo farlo bene.
A me d’altronde piaceva baciarlo. Mi piaceva succhiare la punta ed aspettare che lui si spingesse in avanti col bacino. Una piccola tortura che prolungava il desiderio. Poi scendere con la lingua fino alla base e tornare su stringendolo tra le labbra. Continuavo così finché, di solito, non mi prendeva la testa tra le mani e cominciava a dare lui il ritmo per poi venire, insieme alle mie mani, nella mia bocca.
Quella sera si è staccato prima, schizzando il suo orgasmo sul bordo della piccola fontana finché le gocce, in un rivolo, non sono scivolate a terra.
“Andiamo a farci una doccia e poi ci buttiamo sotto le lenzuola? Credo di aver bevuto troppo vino, mi sta venendo un mal di testa cane”, mi ha chiesto chiudendomi le spalle con un braccio.
“Ti dispiace se faccio due passi? Ti raggiungo subito, prendo giusto un po’ d’aria”.
“Certo, come vuoi”.
Così, quando Paolo è sparito dietro la vetrata che conduceva alle camere, ho girovagato un po’ fino a trovarmi in piscina, dove ho bevuto un cocktail seduta sul bordo. Quando il caos della gente, ormai quasi tutta ubriaca, ha iniziato a farsi insopportabile mi sono diretta verso l’entrata.
Ho guardato verso la finestra della mia camera. La luce era spenta. Così decisi di prolungare ancora di qualche minuto la mia passeggiata, spingendomi di nuovo all’interno del parco.

Il bianco di una camicetta, reso quasi luminoso dal riflesso della luna, mi ha fatto dirigere verso un punto più nascosto del giardino. Lo stomaco ha iniziato a stringersi non appena, improvvisamente, ho immaginato chi avrebbe potuto essere laggiù, appoggiata ad una palma…
Mi sono reso conto d’aver accelerato il passo, perciò mi sono costretto a rallentare, mentre la mia speranza prendeva corpo.
Ero a tre o quattro passi quando ho avuto la certezza. Lei, sentiti dei passi, si è voltata a guardarmi, sicuramente mi aveva riconosciuto, perché mi ha sorriso ed ha fatto a sua volta un passo verso di me.
“Non sono il solo a non aver sonno stasera”.
“Deve essere il caldo o, forse, il viaggio. Mi sento inquieta e non riuscivo a dormire”.
“Sola?”, ho chiesto sperando in una risposta affermativa.
“Si, Paolo, il mio ragazzo, è salito in camera e credo si sia addormentato. Anche lei solo?”.
Mi è sembrato di cogliere una nota di disappunto, forse di delusione in quell’affermazione.
“Si, anche la mia compagna si è addormentata, io avevo bisogno di fare due passi”.
Lo spazio fra di noi si riduceva sempre più, eravamo vicini più di quanto fosse lecito immaginare per due sconosciuti e gli occhi non avevano smesso di guardarsi nemmeno per un istante.
“Come ti chiami?”, le ho chiesto appoggiando una mano alla palma.
“Valeria, e lei? O possiamo darci del tu?”.
“Naturalmente dobbiamo darci del tu, io sono Federico. Hai degli occhi splendidi, brillano anche ora, al buio”.
“Vuoi mettermi in imbarazzo… Lo fai con tutte?”.
“No, solo con chi sa affrontare un complimento senza abbassare gli occhi”.
Ho terminato la frase sottovoce, sfiorandole l’orecchio. Valeria ha chinato leggermente la testa verso la mia.
Le mie labbra sfiorarono il collo e il lobo dell’orecchio; il suo profumo era fresco, sapeva di agrumi e di donna.
Le ho passato la mano fra i capelli attirandola a me. Le dita sono scivolate leggere verso i bottoni della camicetta che si sono aperti uno ad uno, mostrando il seno giovane, sodo, insolente di Valeria. I capezzoli svettavano turgidi, e lo diventarono ancora di più quando ho appoggiato la mano sul seno, strusciandola e stringendo con forza.
Ho cercato la bocca carnosa e socchiusa e l’ho baciata con dolcezza, cercando la lingua di lei, assaporandola con desiderio, le dita ancora fra i capelli che accompagnavano il movimento della testa.
“Cosa fai…”, è riuscita a sussurrare lei staccandosi. “Io non… non…”.
“Ciò che avrei voluto fare, forse, da quando ti ho vista in aereo. Ciò che anche tu credo abbia desiderato, almeno per qualche momento”.
“Credi che te lo confesserei così, subito, anche se fosse vero?”.
“Non ho bisogno che tu me lo dica con la voce, il tuo corpo parla per te”.
Mentre pronunciavo quelle parole, con la mano sono sceso a sciogliere il nodo che teneva i pantaloni. Lei ha fatto un piccolissimo tentativo di resistere, ma poi il desiderio ha avuto la meglio ed ha lasciato che la mia mano le accarezzasse il pube completamente depilato, le sfiorasse le labbra, le aprisse, la possedesse con un dito, scivolandole dentro e scoprendo quanto fosse eccitata, conferma esplicita di ciò che avevo appena affermato.

Quando l’ho visto arrivare da lontano l’ho riconosciuto all’istante. Si è avvicinato piano e poi sempre più velocemente finché non si è fermato a pochi passi da me.
“Non sono il solo a non aver sonno stasera”, mi ha detto.
Ed è bastata una semplice frase ed una presentazione poco formale per rompere il ghiaccio. Si chiamava Federico. Era così vicino a me che ad un tratto ho respirato più forte per sentirne il profumo.
Avvicinandosi con le mani al viso mi ha passato le dita tra i capelli, ed io mi sono sciolta. È bastato un attimo e i bottoncini della mia camicia sono saltati, non so neanch’io come, il mio seno era stretto tra le sue mani. Lo accarezzava dolcemente con i palmi, poi stringeva i capezzoli tra le dita facendomi vibrare.
Le bocche si sono avvicinate. La sua lingua era così calda e morbida… Ha cercato la mia senza insicurezze e mi ha baciato a fondo, dolcemente.
Poi con la mano ha slacciato il nodo dei miei pantaloni allentandone la presa ed ha infilato una mano sotto al tessuto. Non sono riuscita a fare nulla, se non a balbettare qualche frase senza senso che lui ha preso poco in considerazione. A dita unite mi ha sfiorato le labbra, le ha aperte delicatamente e si è insinuato all’interno. Non ha fatto fatica e non ha trovato attriti perché ero già bagnata dal suo primo tocco.
Ho cercato di agevolare i suoi movimenti divaricando leggermente le gambe per quel che permettevano i pantaloni. Quando è entrato dentro ho avuto quasi la sensazione di perdere l’equilibrio per le sue carezze.
È entrato delicatamente e poi ha spinto più forte. Dalla mia bocca è uscito un gemito sommesso che lui ha soffocato appoggiandomi due dita sulle labbra e guardandomi fisso negli occhi. Mi è sembrato che l’orgasmo fosse partito da lontano, lentamente, prolungandosi sotto ogni suo colpo fino ad esplodere.

Muovevo lentamente le dita sul clitoride di Valeria, bagnandolo dei suoi stessi umori. Il suo bacino spingeva in avanti per aumentare l’intensità del mio tocco e del suo piacere, lo stringevo un po’ fra le dita per poi sfiorarlo delicatamente. Mi piaceva quella sottile tortura.
Le ho liberato la bocca dal mio bacio quando ho sentito che stava per avere un orgasmo, non volevo perdere una sillaba di quello che avrebbe potuto dire.
Ansimava mentre io aumentavo appena il ritmo delle carezze, le ho preso un capezzolo fra i denti stringendolo, quel leggero dolore le ha fatto sfuggire un grido di piacere soffocato mentre godeva bagnandomi le dita sempre di più.
“Continua, non fermarti… Prendimi più profondamente, ti prego… ti prego…”.
Non credo avrei provato un piacere maggiore di quello che mi invadeva in quell’istante, forse nemmeno se l’avessi posseduta. Riuscire a darle tutto quel piacere con una carezza, con le dita, mi dava la misura esatta di un potere esercitato, prima che sul corpo, sulla mente.
Sentivo la fatica che le sue gambe facevano per sorreggerla, mentre continuavo ad accarezzarle le labbra, ora con dolcezza, prendendomi cura di quel fiore che aveva appena dischiuso i petali lasciandomi inebriare del suo nettare.
Lentamente ho sfilato la mano dai pantaloni, facendo attenzione che le due dita che l’avevano posseduta non strusciassero sulla stoffa, e me le sono portate alla bocca per assaporarle. Ne sentivo l’intenso, dolcissimo profumo.
Ho chiuso gli occhi per concentrarmi, per non perdere nemmeno la più piccola sensazione. Le mie dita, il suo sesso, avevano il gusto del miele, della cannella, dei fiori.

L’avrei voluto dentro in quel momento, il desiderio era fortissimo, ma lui si è avvicinato e mi ha stretto appoggiando le labbra sul mio collo. Ho slacciato i jeans e subito il sesso rigido era visibile, costretto nei boxer. Avvolgendolo col tessuto l’ho stretto nel palmo della mano accarezzandolo e seguendo il ritmo del suo respiro, aspettando quando appoggiava la sua mano sopra la mia, accelerando quando con il bacino spingeva verso di me.
E’ stato bellissimo quando, mentre lui ad occhi chiusi avvolgeva le sue dita con la lingua, mi sono, per la seconda volta nella stessa sera, inginocchiata sull’erba appena tagliata.
Sentire che si gonfiava attraverso il tessuto sottile dei boxer è stata una sensazione emozionante. Poi l’ho scoperto lentamente e lentamente l’ho assaporato.
Ricordo tutto di quel momento.
Un perfetto sconosciuto di cui sapevo a malapena il nome era lì, il sesso teso e irrigidito, la punta morbida e dilatata, tra le sue dita il mio orgasmo. Nel buio di quel parco vedevo i suoi occhi illuminarsi come diamanti e farsi liquidi dal piacere.
Che lui abbia sussurrato un “Mi fai morire…” mentre le mie labbra lo accoglievano io, questo, non posso giurarlo.
Ricordo però che lui ha stretto le labbra tra i denti e piegato indietro il capo quando con la lingua gli ho accarezzato la punta.

Con le dita aveva velocemente slacciato i miei pantaloni e si era impossessata del mio sesso duro, liberandolo anche dai boxer attillati ed iniziando ad accarezzarlo lentamente, seguendo il ritmo del nostro respiro.
Non l’ho vista, ma l’ho sentita scivolare piano verso il basso, spinta dalla mia presa sul braccio, le sue mani scorrere sui miei fianchi, aggrapparsi alle mie gambe per sorreggersi, mentre si inginocchiava dinanzi a me.
Le sue labbra calde hanno avvolto il glande morbidamente; con la lingua ha esplorato ogni centimetro, finché la mia eccitazione non è esplosa nella sua bocca. Un orgasmo intenso che lei ha bevuto come se potesse far sua la mia anima insieme al mio seme.

Non ci sono state molte parole, dopo.
“Non ho bisogno che tu me lo dica con la voce, il tuo corpo parla per te”, mi aveva detto appena incontrati.
Aveva ragione. Erano gli occhi, le mani, le labbra a parlare per noi.
Ci siamo lasciati promettendoci in silenzio di rivederci ancora. Poi io sono tornata verso la vetrata, lui pochi passi dietro di me. Le labbra ancora sporche del suo seme che ho cercato di ripulire con un fazzoletto di carta.
Ho guardato in alto. La luce della mia camera era ancora spenta. Sicuramente Paolo dormiva.

Rientrato nella mia camera, ho trovato Giovanna immersa nella lettura del primo di una serie di libri che avevano portato. Il suo sguardo mi faceva capire che aveva intuito qualcosa, ma, come sempre, non disse nulla, limitandosi a sorridere.
“E’ una serata calda, vero?”, le ho detto spogliandomi. “Vedo che anche tu fai fatica a prendere sonno”.
“Forse hai bisogno di un’altra doccia…”, è stata la risposta immediata.
Facendo finta di non cogliere l’accenno polemico e provocatorio nelle sue parole, sono andato in bagno e, lasciando che l’acqua della doccia scorresse un momento dal sola, ho poggiato le mani sul bordo del lavabo per guardarmi nel grande specchio.
Non c’era ombra di rimorso nei miei occhi, piuttosto la luce sinistra di una conquista che gratificava molto il mio orgoglio.

In camera c’era il silenzio più assoluto. Per paura di svegliare Paolo non ho neanche acceso la luce. Avevo timore di qualche sua scomoda domanda su quell’ora passata fuori da sola, che mi avrebbe fatto cadere in un fastidioso silenzio o, peggio, che mi avrebbe costretto a tirar fuori qualche sciocca scusa nella quale lui avrebbe colto di sicuro il mio imbarazzo.
Avrei fatto troppo rumore se mi fossi fatta una doccia a quell’ora, anche se ne avrei avuto bisogno, così mi sono spogliata velocemente infilandomi una t-shirt e lasciando gli abiti a terra sul pavimento.
Appena mi sono distesa sul letto dandogli la schiena, Paolo nel sonno si è voltato verso di me abbracciandomi da dietro. Gli ho accarezzato le mani e lui subito ha avvicinato le labbra al mio collo.
Ha respirato forte.
“Ti sei toccata?”, mi ha chiesto con voce roca.
“Come?”, gli ho detto girandomi verso di lui e guardandolo, anche se riuscivo a scorgere solo un lieve profilo scuro.
“Ti sei accarezzata, non è vero?”.
Parlava con gli occhi chiusi, e con le mie dita appoggiate sulle labbra.
“S-si…”.
“Profumi di sesso maialina…”, mi ha detto avvicinandosi e poggiandomi una mano aperta sul culo. “Lo sai che mi piace quando lo fai, e mi piace se me lo dici…”.
“Pensavo dormissi”, ho risposto a voce bassa.
“Come faccio a dormire se so che non ci sei…”, e mentre lo diceva mi ha nuovamente voltato di schiena ed ha spinto il bacino verso di me, facendomi sentire il sesso rigido attraverso il tessuto leggero degli slip.
“Sono stanca, oggi è stata una giornata lunga”, ho risposto chiudendo gli occhi.

Il mattino seguente, il programma prevedeva la visita alla città, il museo egizio naturalmente, e poi il posto che ero impaziente di visitare, Khan el Khalili, il grande bazar del Cairo.
La gente, i profumi, i colori, erano per me quasi un’ubriacatura di sensazioni. Mi fermavo ad ogni bottega, chiacchierando con il proprietario, osservando i grandi vasi pieni di spezie, i tappeti e le stoffe, le abaya e le ghutra, i monili in argento.
Vagando per il bazar mi sono accorto, d’un tratto, d’aver perso di vista il gruppo con il quale ero arrivato, compresa Giovanna. Non mi preoccupavo affatto. Sapevo dov’era l’appuntamento e sarei certamente stato in grado di tornare per tempo. L’idea di essermi isolato dagli altri mi piaceva, mi faceva sentire libero e leggero.
In un negozio di stoffe ed abiti il proprietario, convincente come solo un egiziano può essere, stava facendo provare un Hijab, la sciarpa di cotone che le donne usano per coprire la testa, ad una ragazza che ho riconosciuto immediatamente essere Valeria, anche se mi dava le spalle.
Ho chiamato fuori, facendo in modo che Valeria non mi notasse, il proprietario del negozio e, senza contrattare, ho acquistato l’Hijab per lei, dopo di che mi sono allontanato di qualche passo dalla bottega.
Vidi Valeria parlare con il commerciante e, con aria sorpresa, guardarsi poi intorno per capire chi le avesse fatto quel regalo.

Era una cosa che avevo sempre desiderato vedere: Khan el Khalili, il più famoso bazaar de Il Cairo. C’erano migliaia piccoli negozi di artigianato. Un labirinto di vicoli sempre affollati dove si trova di tutto, dal vetro, all’argento, all’ottone.
Era tutto così diverso dai soliti mercati che avevo sempre frequentato. Era un mondo popolato da veri artigiani e da mercanti nel vero senso del termine. Acquistare significa negoziare secondo un rituale antico, e si parla di tutto tranne che dell’oggetto in questione.
Mi sono fermata in una piccola bottega ad ammirare le preziose stoffe esposte su un piccolo carretto in legno.
L’uomo mi ha subito mostrato un foulard rosso intenso, che ho riconosciuto solo dopo essere un Hijab. Lì rappresenta il rispetto e la protezione della donna, costituendo quasi una barriera al desiderio dell’uomo, quindi mi ha fatto uno strano effetto vedermelo indosso. L’uomo mi sorrideva in continuazione e, grazie al suo inglese incerto, abbiamo iniziato a discutere sul prezzo di questo o quell’oggetto, finendo poi col barattare per pochi soldi una collana in pietre di vetro che misi subito al collo.
Mentre rovistavo fra alcuni oggetti in legno, appoggiati su un traballante tavolo vicino l’entrata, l’uomo è uscito fuori sparendo tra la folla di turisti, per poi apparire di nuovo subito dopo con un largo sorriso a pochi denti.
“Lei è una donna molto fortunata”, mi ha detto in uno strano accento.
Chissà cosa voleva dire.
Quando mi sono rituffata nel flusso della gente mi è sembrato di aver intravisto nella folla il viso di Federico, ma forse era stata solo un’impressione. Paolo del resto era avanti a me di qualche passo, e lo avevo già perso di vista. Ci avevano diviso in piccoli gruppi per non rischiare che qualcuno si perdesse, e la compagnia di Federico era partita qualche minuto prima della mia. Era quasi impossibile che l’avessi ripresa, visto che mi ero fermata praticamente a tutte le botteghe.
In quel luogo però in effetti il tempo sembrava avere un significato diverso rispetto al nostro. È un tempo immobile, privo di passato o futuro.

Valeria uscì dal negozio cercando con gli occhi chi fosse stato a regalarle quell’oggetto, dall’altra parte della strada la osservavo sorridendo; quando i nostri sguardi si incrociarono, ebbi la certezza che aveva capito che quel dono era mio.
Si avvicinò, facendosi strada a fatica in quel fiume di volti bruni, il resto del gruppo s’era allontanato, eravamo rimasti soli.
“Grazie… ma perché?” disse accarezzando la stoffa dell’Hijab.
“Tu conosci il significato di questo oggetto, vero?” risposi.
“Sì, certo.”
“Bene, ogni volta che lo indosserai, sarà per dirmi che, in quel momento, mi appartieni.”
“Cosa ti fa credere che lo indosserò?”
“E’ scritto in fondo ai tuoi occhi.”
Presi dalle sue mani quello che era un simbolo di dominazione e con attenzione glielo avvolsi sul capo e sulle spalle, sentivo il suo profumo misto a quello delle spezie, del cotone, del legno.
Arrossì leggermente e abbassò lo sguardo, con dolcezza le presi il viso fra le mani e la baciai, senza pensare che qualcuno avrebbe potuto vederci.
La presi per mano e insieme gironzolammo un po’ nel bazaar, finché non vedemmo in lontananza il nostro gruppo e decidemmo di raggiungerlo separatamente.

Lui era lì, in piedi dall’altra parte della strada. Era proprio lui, da solo. Un bel sorriso stampato sul viso. Uno di quei sorrisi ai quali non si può dir di no e che, anche senza parole, dice tutto.
Ho attraversato a passo svelto facendo slalom tra la gente, venendo chiusa dal passaggio di un piccolo carretto trainato da un mulo che mi ha costretto a fare qualche passo indietro. Poi gli sono arrivata davanti.
Mi ha preso l’Hijab dalle mani.
La stoffa era liscia e morbida al tatto, quasi quanto la sua pelle.
Ho capito il motivo di quel dono solo quando Federico, avvolgendomi la testa e le spalle dalla stoffa rossa, mi ha trafitto gli occhi con i suoi. Ho abbassato il capo non riuscendo a sostenere il suo sguardo finché lui, sollevandomi il mento con le mani, mi ha baciato profondamente.
In quel momento sono sparite le botteghe ed i venditori. Sono sparite le grida dei commercianti, le spezie, i monili. Sparito qualsiasi rumore e qualsiasi profumo.
Qualsiasi profumo tranne il suo.
Non mi importava se qualcuno ci avrebbe visto. In quel momento esisteva solo lui. E io.
“Ogni volta che lo indosserai sarà per dirmi che in quel momento mi appartieni”, mi ha detto.
Ed io non ho potuto far altro che guardarlo e baciarlo ancora.
Abbiamo girato per qualche minuto per il bazaar, stare mano nella mano con lui mi è sembrata la cosa più naturale del mondo.
Poi abbiamo visto in fondo alla strada il nostro gruppo e ci siamo separati. Ho raggiunto Paolo con un sorriso, e l’Hijab stretto nelle mani

Il nostro pomeriggio prevedeva la visita alle grandi piramidi e alla Sfinge, nella spianata di Giza, un programma abbastanza faticoso per via del caldo, forse un po’ affrettato, vista l’importanza del luogo, 5000 anni di storia non dovrebbero essere liquidati in un pomeriggio, ma questo è il limite dei viaggi organizzati.
Quella sera, dopo la cena, quasi nessuno si soffermò al bar o in piscina, la sveglia era fissata molto presto il giorno dopo, ci aspettava il volo verso Luxor e l’inizio vero e proprio della crociera.

Per ironia della sorte, Valeria e Paolo erano seduti proprio di fianco a noi sul piccolo aereo, ci separava solo il corridoio e, intenzionalmente, entrambi lasciammo il posto vicino al finestrino ai nostri compagni; ci scambiammo un cenno di saluto, un semplice sorriso, che, però, nascondeva messaggi profondi e complici.
Appena si spense il segnale che obbligava a tenere le cinture allacciate, Valeria si diresse verso la toilette in fondo all’aereo. Alzandosi, mi fissò e immediatamente, un’ansia sottile, della quale non capivo il motivo, si impadronì della mia mente.
Quando tornò, la ragione della mia inquietudine si fece chiara.
Valeria ora indossava l’Hijab che le avevo regalato e il viso, incorniciato dalla stoffa rosso cupo, era di una bellezza inquietante, la sua sensualità era esaltata, il desiderio di lei mi serrava lo stomaco, mi faceva quasi mancare il respiro.
Quel breve volo mi sembrò non finire mai, volevo intensamente che il tempo passasse in fretta, volevo avere un’altra occasione per rimanere solo con Valeria, sapevo, però, che, almeno fino a quella sera, non sarebbe stato possibile.

“Dove vuoi sederti?”, mi ha chiesto Paolo appena saliti sull’aereo che ci avrebbe portato a Luxor.
Ho dato velocemente un’occhiata in giro. Federico era seduto a circa metà dell’aereo, la sua donna, al suo fianco, guardava fuori dal finestrino.
“Sediamoci lì”, ed ho indicato il posto proprio di fianco al suo, separato solo dallo stretto corridoio.
Federico mi ha guardato, poi ha sorriso. Io a quel sorriso non sapevo proprio resistere. Avrei fatto l’amore con lui anche subito, in quello stesso istante, fregandomene della gente e del luogo in cui ci trovavamo. Immaginavo come poteva essere la sensazione di sentirlo dentro, sopra di me.
“Vuoi il posto vicino al finestrino?”, mi ha chiesto ancora Paolo mentre sistemava la mia borsa sul piccolo scomparto, svegliandomi da quel sogno ad occhi aperti.
“No, preferisco all’interno, lo sai che ho paura di volare, e se non guardo è meglio”.
Ed era strano essere così vicini l’uno all’altra e dover far finta di non conoscersi. Non potersi baciare, nemmeno guardare, quasi. Non almeno come avrei voluto.
Quando finalmente abbiamo potuto slacciare le cinture di sicurezza, mi sono alzata e mi sono diretta verso il bagno. Ho indossato l’Hijab riflettendomi nello specchio, mi sono guardata mentre lo avvolgevo intorno alla testa, poi mentre fasciavo le spalle. Mi piaceva come il rosso carico contrastava con la pelle appena brunita dal sole.
Federico mi ha guardata ed è sembrato a disagio quasi, quando mi ha visto tornare con il suo dono indossato. Avevo voglia di lui, più di ogni altra cosa. Ma fino a quella sera, almeno, non avrei avuto occasioni né possibilità di rimanere sola con lui.

La temperatura a Luxor era anche più alta che al Cairo, ma non avevo la stessa sensazione di oppressione, probabilmente perché ora eravamo sul fiume.
Ci sistemammo nelle cabine e, dopo le formalità e il pranzo, partimmo per la visita al tempio dedicato alla triade tebana.
Sulla grande scalinata, in mezzo al gruppo, si stagliava il rosso dell’Hijab di Valeria e io, qualche metro più indietro, la seguivo con gli occhi. Una volta all’interno mi allontanai un po’ dagli altri, convinto di trovarla ad attendermi, nascosta dietro una delle colonne.
Con l’aria di chi è intento ad osservare con attenzione, mi aggiravo nel tempio.
“Sono qui.”
Il sussurro veniva da dietro una delle colonne più distanti dall’entrata.
“Quando ho visto che indossavi il velo, ho capito subito le tue intenzioni, sei una ragazza spudorata…”
“Proprio per questo sei così attratto da me.”
La presi fra le braccia e la baciai profondamente, stringendola, volevo sentire il suo corpo addosso e lei iniziò immediatamente a strusciarsi in modo sensuale.
Le alzai la maglietta e le morsi un capezzolo, lasciandole un segno leggero ma inequivocabile.
“Figlio di puttana, si vedrà almeno per due giorni, come mi giustifico con Paolo?”, diceva fra i denti, ma con il tono roco dell’eccitazione.
“Semplice, evitarai di spogliarti davanti a lui per due giorni, terrai la maglia anche quando vai a letto.”
“E se volesse…”
Non finì la frase, aveva capito la ragione di quel segno, volevo che per due giorni appartenesse soltanto a me.
“Vuoi sempre decidere tutto.”, disse con un lampo di piacere perverso negli occhi.
Improvvisamente, sentii la sua mano scivolare dentro la mia camicia e le sue unghie affondare nella pelle della schiena; sapevo che non avrebbe subito senza reagire e questo era ciò che mi eccitava maggiormente di lei.
“Ecco, ora anche tu, per i prossimi due giorni, non potrai appartenere che a me.”
Le strinsi il polso per staccarla da me, sorridevo, guardando l’aria di sfida che aveva negli occhi.
“Stasera ti verrò a prendere” le dissi mentre ci separavamo per raggiungere gli altri “a mezzanotte uscirai dalla tua cabina e io sarò lì.”
Senza darle il tempo di rispondere, mi voltai, dirigendomi con passo deciso verso il gruppo che stava per uscire dal tempio, Giovanna mi cercava e, quando mi vide, mise su la sua espressione più contrariata.
“Ma dov’eri finito?”
“Mi ero fermato a osservare alcune iscrizioni e sono rimasto indietro.”
La luce accecante fuori dal tempio mi costrinse a infilare gli occhiali da sole, permettendomi di evitare, contemporaneamente, lo sguardo inquisitorio di Giovanna, sapevo che avrebbe potuto intuire molto di ciò che accadeva semplicemente guardandomi negli occhi.

Paolo non mi mollava un secondo. Continuava a stringermi la mano, a tenermi stretta passo dopo passo. Ogni tanto mi voltavo indietro e Federico era lì. Era senza la sua donna, solo pochi metri dopo di me. Ogni volta che mi voltavo incrociavo il suo sguardo e una morsa mi chiudeva lo stomaco. Dovevo fare qualcosa.
“Tesoro, vammi a prendere qualcosa da bere, sto morendo di caldo. Guarda, lì in fondo c’è un piccolo chiosco”, gli ho detto indicando un pergolato in fondo ad una strada sterrata. Poi gli ho preso il viso fra le mani e l’ho baciato, sprofondando con la lingua nella sua bocca.
Non mi aveva mai detto di no, e non lo avrebbe fatto neanche quella volta.
Quando si è allontanato ho raggiunto una colonna aspettando che Federico passasse di lì.
“Sono qui”, gli ho detto.
Un bacio profondo e mi sono lasciata serrare dalle sue braccia. Ho incollato il mio corpo al suo, la sua gamba tra le mie. Le ho piegate leggermente ed il suo ginocchio è andato a strusciarsi tra le cosce.
Mi ha afferrato la maglia arrotolandola fin sotto il collo e scoprendo il seno nudo. Con i denti ha bloccato e poi morso un capezzolo lasciandomi un piccolo ma inequivocabile segno circolare.
“Così eviterai di spogliarti davanti a lui, almeno per un paio di giorni…”, mi ha detto.
Nel cingerlo ho fatto scivolare le braccia sotto la sua camicia e, con entrambe le mani, ho afferrato e graffiato la carne della schiena partendo dalle spalle fin sotto le reni. Segni rossi e sottili come piccole lame.
“Ecco, ora anche tu, per i prossimi due giorni, non potrai appartenere che a me.”, gli ho risposto sorridendo.
Mi ha dato appuntamento per mezzanotte, appena fuori dalla mia cabina.
Sapevo che non sarebbe stato facile spiegare a Paolo il fatto di dover uscire a quell’ora, e lo sapeva anche lui. Forse era proprio questo a divertirlo.
Dovevo inventarmi qualcosa…
“Mi scusi, c’è un’erboristeria da queste parti?”, ho chiesto ad un signore che passava di lì mentre continuava a detergersi la fronte con un fazzolettino ormai umido.
“Si, certo, in quella bottega trova tutto, dalle spezie, ai profumi, ai distillati contro qualsiasi malanno. Sono tutte cose naturali, sa? Vuole comprare qualche unguento per la pelle?”, disse indicandomi una baracca ad un centinaio di metri da dove eravamo.
“Già… proprio così”.

Già dalle ultime ore di quel pomeriggio il mio atteggiamento nei confronti di Giovanna era stato decisamente sgradevole. Stavo creando le condizioni per una discussione che mi avrebbe permesso di uscire dalla cabina quella notte senza dover dare spiegazioni, non proprio sbattendo la porta, ma quasi.
Sapevo che Giovanna non meritava quel trattamento, ma il desiderio di Valeria, la voglia di riaffermare la sua appartenenza a me, erano più forti di qualsiasi ragione.
A cena abbiamo discusso sempre più animatamente, finché è stata lei ad offrirmi, non so quanto inconsapevolmente, l’occasione.
“Basta”, ha detto ancor prima di terminare ciò che aveva nel piatto. “Stasera sei odioso, preferisco andarmene in cabina”.
“Vengo con te”, ho risposto sperando mi chiedesse di non farlo.
“No, voglio stare sola per un po’, sono certa che non ti annoierai anche senza la mia compagnia…”, ha sibilato con un sorriso sarcastico.
“Lascia la porta aperta, non vorrai che dorma sul ponte, spero”.
Con un’espressione che tradiva la voglia di lasciarmi davvero fuori tutta la notte, si è alzata dal tavolo e, senza aggiungere una parola, è uscita dalla sala.
Valeria, poco distante dal nostro tavolo, aveva sicuramente assistito alla scena. Aveva, infatti, un sorriso sarcastico e complice dipinto sul viso. Non sembrava però che stesse adottando una tattica simile, anzi, parlava amabilmente al suo compagno, suscitando in me un moto di inaspettata e, forse, ingiustificata gelosia.
Per scacciare quella sensazione dal mio stomaco mi sono alzato anch’io e sono uscito all’aperto, dirigendomi sul piccolo ponte a prua dove, trovata una sdraio, mi sono seduto a fumare una sigaretta e riordinare i pensieri. Mancava un’ora a mezzanotte.
Chissà cos’hai in mente, pensavo guardando la nuvoletta di fumo, che scusa ti inventerai…
Sono tornato dentro e, al bar, ho ordinato un cocktail poco alcolico, che sarebbe stato un buon compagno per il tempo che mi separava dall’appuntamento. Seduto su uno sgabello al bancone, osservavo alcune coppie ballare sulle note de La ragazza di Ipanema. La signora che sull’aereo trovava tutto splendido, agghindata con un improbabile abito da sera pieno di paillettes, si muoveva con una grazia che non avrei mai sospettato.
Mezzanotte meno cinque, era ora di andare.

Durante la cena Federico aveva litigato con la sua donna. Lui l’aveva stuzzicata e provocata a tal punto che lei, neanche a metà cena, si era alzata dal tavolo e si era diretta, probabilmente, nella loro camera. Avevo capito subito, guardandoli mentre discutevano, che quella era stata una sua “tattica” per poter avere campo libero per il nostro appuntamento.
Una tattica che spesso funziona, ma che può essere molto pericolosa. Se lei avesse solo minimamente sospettato qualcosa riguardo alla nostra storia, forse, anche irritata com’era, avrebbe fatto di tutto per non lasciarlo da solo, quella notte.
Invece si è alzata dal tavolo con aria seccata e, nervosamente, è uscita dalla sala senza dire una parola. Io ho guardato Federico e non ho potuto fare a meno di sorridergli in modo sottile.
Con Paolo invece la situazione era diversa. Non sono riuscita a mangiare molto. Per tutta la cena sono rimasta nervosa, tesa, irrequieta. Lo stomaco si era chiuso inspiegabilmente, ed ogni boccone faceva fatica ad andar giù.
“Che hai? Ti senti poco bene?”, mi ha chiesto Paolo quando mi ha visto consegnare al cameriere il piatto quasi intatto.
La domanda è capitata a puntino.
“Ho solo un po’ di mal di testa, ti dispiace se andiamo in camera?”, gli ho chiesto appoggiando una mano sulla fronte.
“Certo, andiamo”.
Mi ha preso per mano e ci siamo diretti verso la cabina. Federico non era più al suo posto e per un attimo mi è venuto il dubbio che lei lo avesse costretto a seguirla. Ho cercato di non pensarci.
Io sarei stata lì a mezzanotte.
“Vuoi qualcosa da bere?”, ho chiesto a Paolo mentre, sdraiato sul letto, sfogliava una rivista.
“Si, grazie. Quello che vuoi”, ha risposto.
Ho preso un bicchiere e gli ho preparato un drink, ho versato un po’ di gin, poi del lime e un paio di cucchiaini di zucchero per addolcire il tutto.
“Vorrai mica farmi ubriacare?”, mi ha detto lui ridendo.
“Ma no, mi dispiace solo di farti perdere una serata come questa”, gli ho detto accarezzandogli la testa e porgendogli il bicchiere.
Lo ha bevuto quasi tutto, poi si è disteso sulla schiena e, dopo due minuti, è caduto in un sonno profondo abbandonando la rivista sulle gambe.
“Mi dispiace amore”, gli ho sussurrato all’orecchio in un mezzo sorriso coprendolo con il lenzuolo e sistemandogli il cuscino dietro la testa.
Poi ho preso il flacone che avevo comprato il giorno stesso nella bottega di Luxor e l’ho guardato in controluce. Avevo svuotato quasi la metà dell’ampolla nel drink di Paolo, e lui si era addormentato come un ghiro.
“Dovrebbe essere tutta roba naturale, almeno così ha detto il tizio che me l’ha venduto”, ho detto a bassa voce guardando Paolo. “Non avrò mica esagerato con la dose?”.
L’orologio segnava le 23.54. Mancavano pochi minuti.
Ho sfilato il reggiseno e le mutandine, poi ho indossato una vestaglia bianca e, ovviamente, l’Hijab che Federico mi aveva comprato.
Sono uscita dalla cabina e subito una brezza leggera mi ha solleticato la pelle nuda sotto la stoffa leggera. Poi, infondo al corridoio, l’ho visto.
Quando si è avvicinato mi ha stretto i fianchi con le mani. Poi, appena le sue labbra si sono appoggiate contro le mie e appena ha iniziato a spingere con le mani sul mio sedere e a incollarmi a lui, l’eccitazione ha iniziato a prendere il sopravvento. Così, quando mi ha preso per mano, mi sono lasciata condurre senza neanche sapere dove.

La cabina di Valeria era circa a metà di un corridoio, perciò mi sono fermato all’inizio per non farmi scorgere dall’interno quando avesse aperto. Precauzione inutile, lei era già fuori, la porta chiusa alle spalle, splendida e desiderabile come mai prima, indossava una lunga vestaglia bianca con maniche ampie e, naturalmente, l’Hijab a incorniciarle il viso facendo diventare i suoi occhi, se possibile, ancora più splendenti.
A fatica ho dominato le sensazioni che mi assalivano, una mano invisibile mi stringeva lo stomaco e i polmoni, impedendomi quasi di respirare.
“Sei bellissima…”, le ho sussurrato accarezzandole un fianco attraverso la seta e baciandole le labbra.
Le sue braccia al collo ed il contatto del suo corpo sul mio mi fecero dimenticare per un momento che eravamo ancora nel corridoio, così l’ho baciata profondamente, stringendole le natiche e spingendola contro il mio sesso già gonfio d’eccitazione.
Mi sono staccato da lei, l’ho presa per mano e, correndo quasi, l’ho condotta per la scala che portava al ponte più alto della nave, dove di giorno si poteva prendere il sole e che in quel momento era, probabilmente, deserto.
Salendo furtivamente ho sentito le voci degli altri ospiti, i quali si dirigevano verso i loro alloggi, parlottare entusiasti del viaggio ed, infine, augurarsi la buonanotte.
Giunti su quella specie di terrazza circondata dal fiume, ci siamo affrettati verso uno dei lettini prendisole sul quale ho fatto adagiare Valeria, sdraiandomi al suo fianco, nonostante lo spazio fosse davvero ridottissimo.
Ho iniziato a slacciarle i fiocchi che tenevano chiusa la vestaglia respirando il suo profumo. Non indossava nulla sotto, la sua pelle appena ambrata, illuminata dalla luna, sembrava di seta anch’essa. Il segno del mio morso sul capezzolo si stagliava netto e scuro.
L’ho baciato come per riconoscerlo, fra le labbra il capezzolo già turgido, dolce, sensibile al tocco delle mie labbra.
Con la lingua ho iniziato a descrivere un percorso lungo e contorto che dal seno mi avrebbe condotto, con studiata lentezza, fra le sue gambe; mi sono soffermato per un momento a esplorarle l’ombelico e, poi, a morderle leggermente un fianco, scivolando verso l’inguine.
Il profumo del suo sesso bagnato mi stordiva. Senza ascoltare più la ragione, le ho aperto le gambe ed ho iniziato a passare la lingua sulle labbra lisce e meravigliosamente morbide. Quando ho stretto fra le labbra il clitoride, una scossa le ha percorso la schiena ed ha spinto in avanti il bacino muovendolo contro il mio viso. La mia lingua lo accarezzava, lo massaggiava, passandoci sopra, girando intorno, scendendo verso il basso a raccogliere ed assaporare i suoi umori, mentre con le dita la penetravo profondamente.
Così, il collo avvolto dalle sue gambe, ho sentito scendere il suo orgasmo a inondarmi la lingua e riempirmi la bocca e la mente. Un lungo lamento, roco, parole sconnesse, incomprensibili, le gambe che si allacciavano dietro la mia testa, le sue mani a spingere ancora di più la mia bocca sul suo sesso.
“Prendimi… scopami, ora”.
Alzandomi, l’ho presa per mano, aiutandola a tirarsi su per prendere il suo posto e sdraiarmi. Volevo guardarla inondata della luce della luna.
L’Hijab che le scendeva morbido nel solco fra i seni era appena più scuro dei suoi capezzoli dritti. Le ho stretto i fianchi nell’istante stesso in cui lei mi guidava dentro di sé con la mano.
Le nostre mani si sono intrecciate mentre Valeria si muoveva su di me morbida, lenta, per non lasciarsi sfuggire la più piccola sensazione. Era ancora bagnata al punto che sentivo i suoi umori inumidirmi il pube, mentre mi avvolgeva e spingeva per sentirmi sempre più profondamente.
L’ho attirata a me per sentire il suo seno sul mio petto, per baciarla e sentire la sua lingua combattere con la mia. Sentivo arrivare il mio orgasmo e volevo averla fra le braccia quando sarebbe accaduto.
Come se potesse leggere il mio pensiero, mi ha preso la testa fra le mani ed ha stretto ancora di più i muscoli fra le gambe, aumentando il ritmo del movimento dei suoi fianchi.
“Voglio sentirti venire dentro di me, ti prego, donati e fammi donare a te”.
“Sei mia…”.
Mi è sembrato che l’orgasmo partisse dalla base del collo. Ho preso il viso di Valeria fra le mani, stringendolo, mentre sentivo i suoi movimenti farsi, se possibile, ancora più fluidi. Volevo guardarla negli occhi in quel momento.
Sorrideva, fissandomi con gli occhi lucidi, ha socchiuso poi la bocca ed il sorriso si è trasformato in un’espressione di intenso piacere. Avermi sentito dentro di sé in quel modo l’aveva condotta ad un nuovo orgasmo. Ha piantato le unghie nelle mie spalle, mordendosi il labbro per non gridare.
Il piacere, arrivato improvviso e potente, sembrava non volerci abbandonare, restammo per qualche minuto immobili a sentirlo scivolare via pian piano.
Respiravo fra i capelli di Valeria e osservavo quel cielo immenso che la luna non riusciva a illuminare. Mai avevo avuto così netta la sensazione di infinito come in quel momento. Quel buio intenso sembrava volermi attirare a sé e, allo stesso tempo, mi regalava una meravigliosa sensazione di energia simile, forse, all’energia che il corpo caldo e tremante di Valeria mi trasmetteva attraverso la pelle.

Sul ponte, i lettini perfettamente allineati sembravano tante sagome scure immobili e silenziose.
Federico mi ha fatto distendere e poi si è sdraiato al mio fianco. Ha tirato il laccio della vestaglia tra le dita e lentamente il tessuto è scivolato fino a mostrare alla luna la mia pelle nuda. I capezzoli, al contatto con l’aria fresca e poi con le sue labbra, subito si sono induriti facendomi tremare sotto i suoi baci.
Il segno lasciato lo stesso giorno dai suoi denti si stagliava netto sulla pelle.
Abbassandosi lento è sceso fino all’ombelico, poi sui fianchi a mordere la carne fino a divaricarmi le gambe con le mani per farsi offrire la parte più calda di me stessa.
Il tocco della sua bocca tra le labbra mi ha fatto stringere tra i pugni la spugna morbida che ricopriva il lettino.
Ha leccato il clitoride, lo ha succhiato, poi lo ha stretto tra le labbra accarezzandolo con la lingua, mentre con due dita si faceva strada per entrarmi dentro.
Sono bastate poche spinte e i suoi movimenti decisi perché l’orgasmo mi sconvolgesse il ventre. Ho cercato di trattenerlo, stringendo la testa di Federico tra le cosce, ma poi il piacere è esploso nella sua lingua e mai, neanche quando godevo con le mie stesse mani, l’orgasmo è stato più intenso.
Un gemito mi è uscito dalle labbra noncurante del fatto che, forse, qualcuno avrebbe potuto sentirci. Ho tremato e vibrato finché la sua bocca non si è staccata da me, poi si è alzato e mi ha aiutato ad alzarmi, per ristendersi subito dopo al mio posto.
Lo volevo dentro come mai prima.
A gambe divaricate gli sono salita sopra e l’’Hijab è scivolato via dalla testa ricadendomi sulle spalle.
Federico era bellissimo sotto di me. La luna lo illuminava e sembrava quasi che gli occhi gli brillassero a parità delle stelle che erano in cielo.
Aiutandomi con la mano l’ho introdotto dentro di me, scendendo piano con il ventre e facendolo scomparire al mio interno.
Il suo respiro era pressante mentre le sue mani mi attiravano a se e la sua lingua iniziava a giocare con la mia.
Mi sono mossa lenta, all’inizio, gustandomi ogni suo gemito e sospiro, ogni suo sguardo. Averlo dentro è stata una sensazione che non potrò mai dimenticare.
Mi teneva stretta per i fianchi, agevolando i movimenti ogni volta che ricadevo su di lui.
Ho sentito un forte calore partire da dentro e volevo venire ancora. Ho iniziato a spingermi più violentemente su di lui, pressando ogni movimento per non perdermi neanche il brivido più povero.
Lui ha iniziato a respirare rapidamente e a schiacciarsi e a premersi ogni volta sempre più velocemente verso di me. Quando mi ha preso il viso tra le mani ho capito che stava per venire, ed allora ho liberato tutto il godimento che sentivo dentro.
A fiotti caldi, mentre mi guardava negli occhi, mi ha riempito il ventre e scompigliato lo stomaco, mentre i miei ed i suoi umori si univano come in un abbraccio.
Sono rimasta immobile su di lui, con il suo sesso caldo ancora dentro, mentre il piacere iniziava a colarmi tra le cosce macchiando il lettino.
Era la prima volta che tradivo Paolo, ma non percepivo neanche il minimo accenno di rimorso o pentimento.
Rimanere così abbracciati è stata una sensazione unica. La pelle calda di Federico a contatto con la mia, le sue braccia a chiudermi la vita. Mi sentivo bene, protetta e al sicuro.
I suoi occhi brillavano e credo che anche i miei lo stavano facendo. Non c’era bisogno di molte parole, c’era una strana complicità ed anche nel silenzio bastava un semplice sguardo, un’occhiata per capirci.
Sarei rimasta così per sempre, coccolata dalle sue braccia e cullata dal suo respiro. Ma era ormai ora di andare.

Non so quanto tempo era passato quando, come risvegliandomi da un sogno, ho sentito le labbra di Valeria, che s’era alzata per tornare nella sua cabina, sfiorare le mie in un delicato saluto.
Sono rimasto a guardarla andare via, luminosa nella sua vestaglia, senza dire una parola ma, in quel momento, non c’era bisogno di dare voce alle sensazioni. Valeria era lì e nell’istante esatto in cui si allontanava da me, ho sentito che era mia, soltanto mia.
Quanto sarebbe durato?
Non mi importava. Poteva aver avuto soltanto quella notte di vita, ma ciò che era accaduto avrebbe lasciato un segno profondo e indelebile in entrambi. Niente e nessuno avrebbe mai potuto farlo sbiadire, tantomeno cancellare.
Alzarmi dal lettino mi è costata un’incredibile fatica. Scendendo il primo gradino della scaletta di ferro, mi sono voltato a guardare la scena, irreale nella sua assenza di colori quasi totale, e la luna, riflessa sull’acqua di piombo del fiume, la stessa luna che poco prima si rifletteva negli occhi di Valeria.
Nella cabina regnavano il buio e il silenzio, ma sapevo che Giovanna non dormiva, potevo sentire i suoi occhi addosso, anche senza vederli. Mi sono spogliato in bagno e mi sono infilato sotto la doccia. Dovevo togliere dalla mia pelle il profumo della mia amante, anche se avrei voluto che mi accompagnasse nel sonno fino al mattino, fino al momento in cui avrei potuto sentirlo di nuovo.
Appena steso nel letto di fianco a Giovanna, ho sentito il suo respiro farsi appena più forte. Intenzionalmente mi ero coricato dandole le spalle, volevo evitare di incrociare il suo sguardo ora i miei occhi si erano abituati alla flebile luce che filtrava attraverso la tenda.
Sentivo che avrei dovuto voltarmi, fare un gesto, accarezzarla, ma i miei muscoli non volevano rispondere al comando del cervello, un comando troppo debole…
La mano di Giovanna sul fianco non mi ha sorpreso. Senza cambiare posizione ho lasciato che si avvicinasse e mi abbracciasse da dietro, i capezzoli grandi e turgidi sulla schiena, una gamba a circondare le mie, le labbra umide del suo sesso premute contro la mia pelle.
Ho cercato con la mano l’incavo fra le sue gambe ed ho iniziato ad accarezzarla piano, senza parlare.
Sono scivolato in lei con due dita per estrarle madide e massaggiarle il clitoride, mentre lei cercava il mio sesso con la mano; i nostri movimenti si adattarono l’un l’altro immediatamente, sapevamo entrambi benissimo come darci piacere.
Le liti e le discussioni avevano sempre il potere di eccitare Giovanna, e anche quella volta non è stata diversa dal solito. Ha raggiunto il primo orgasmo quasi subito e io non ho smesso di accarezzarla. Sapevo che ne sarebbero seguiti altri, sapevo che desiderava ancora il piacere.
Le ho fermato la mano che mi stava accarezzando, mi sono voltato verso di lei che, immediatamente, ha compreso e, scesa dal letto, si è messa in ginocchio avvicinando il viso al mio sesso, accarezzandolo con la lingua e le labbra, finché non mi ha sentito irrigidire i muscoli. Solo allora mi ha accolto nella sua bocca suggendo il mio seme.
Ci siamo addormentati poco dopo, abbracciati, senza aver scambiato neanche una parola.

Siamo rimasti immobili a lungo, piacevolmente compressi nello stretto spazio del lettino prendisole. Entrambi con gli occhi chiusi ed il respiro lento e tranquillo. Nell’aria c’era un silenzio ed una calma incantata, rotta solo dal rumore delle onde che si infrangevano sulla chiglia.
Tutto era perfetto e magico.
“Devo andare”, ho detto a Federico in un sibilo.
Erano quasi le quattro del mattino e mancavano poche ore all’arrivo del sole. Non sapevo per quanto tempo e quale e

Bahr-el-Nil, il grande fiumeultima modifica: 2007-11-23T15:15:00+01:00da shujin
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