Essenze

La stanza è quasi completamente al buio, solo una minuscola candela rischiara un angolo. L’oscurità sembra avere combattuto una battaglia vittoriosa contro la debole resistenza della fiammella, inghiottendola nel suo lenzuolo nero.I miei occhi sono ormai abituati, perciò riesco comunque a scorgere i pochissimi elementi che compongono l’arredamento.Sono seduto, con le gambe accavallate, sulla mia poltrona di cuoio antico, i gomiti sui braccioli, le mani allacciate in grembo, in attesa. Alla mia destra, un tavolo di quercia del ‘300, massiccio e scuro, reso lucido dal tocco di migliaia di mani nel corso dei secoli. Allineati su un panno di velluto viola, gli oggetti fra i quali, a breve, sceglierò quello che, per primo, sarà strumento di dolore e piacere. Sulla parete alla mia sinistra, una grande croce, anch’essa di legno, in tutto simile alla crux decussata, sulla quale si consumò il martirio dell’apostolo Andrea; alle estremità sono fissati ganci e cinghie. Di fronte alla croce, quasi al centro della sala, una panca di foggia medievale, anch’essa di quercia, molto pesante e stabile, all’incirca dello stesso periodo del tavolo.Respiro profondamente, assaporando l’odore familiare del legno e del cuoio, appena addolcito dall’aroma di magnolia che si sprigiona dal fornellino per le essenze. La camicia bianca che ho indossato sotto un abito grigio scuro è l’unica cosa che chiunque entrasse dall’esterno illuminato riuscirebbe ad intravedere. Sposto il braccio per accarezzare con la punta delle dita la superficie morbida del velluto, il freddo acciaio delle manette e poi, più avanti, il ruvido groviglio delle corde. La precisione con la quale amo disporre i miei strumenti, mi consente di conoscere perfettamente la posizione di ognuno. Un’abitudine ormai consolidata, gesti ripetuti sempre uguali, necessari a creare una tensione costruttiva ed a mantenerne il giusto livello. Si dice che l’attesa del piacere sia piacere essa stessa e, ogni volta che preparo un incontro, ne ho la conferma. Il piacere, poi, aumenta con l’avvicinarsi del momento in cui tutto avrà inizio.Credo di riuscire a comprendere appieno cosa può provare un predatore in agguato, pronto ad affondare gli artigli. Nel buio quasi completo, percepisco i muscoli ed i nervi tesi, il sangue che batte nelle tempie e nelle vene del collo è l’unico suono che interrompe ritmicamente il silenzio.A dispetto, o forse proprio a causa, del sovrapporsi e incrociarsi di tutte queste sensazioni fisiche, la mia mente lavora come un meccanismo perfetto, un perfetto processore che immagazzina, cataloga, gestisce un numero enorme di dati. La maniglia della porta, finalmente, si muove. Non posso vederla, ma nel silenzio riesco a sentirne il leggerissimo cigolio. Un istante dopo, la parete opposta a quella dove mi trovo, viene ferita da una rasoiata di luce che, progressivamente e con lentezza, si allarga. Al centro del rettangolo bianco si staglia ora, la silhouette immobile della mia schiava, nuda, le braccia dietro alla schiena, le gambe strette con i piedi uniti, il capo chino, pare non avere più profondità, una figura ritagliata da un cartoncino nero, inanimata, eppure sorprendentemente viva.“Puoi avvicinarti.” La mia voce è bassa, profonda.I piedi scalzi non fanno alcun rumore sul parquet quando muove i primi passi nella sala.Sa dove fermarsi, è a un passo da me, il profumo della sua pelle, appena uscita da un bagno caldo, mi raggiunge, stemperata negli altri odori della stanza.Si inginocchia in silenzio, tenendo ancora le braccia dietro alla schiena, gli occhi ancora più bassi, i glutei poggiati sui talloni.Mi alzo, rispettando il rituale che io stesso ho imposto e, mentre mi dirigo verso la porta per chiuderla, accendo una a una le altre candele.Dopo aver sbarrato l’uscio con un catenaccio, mi volto a guardare la sua schiena, che la fiamma delle candele disegna con contrasti netti d’ombre e luci calde, attraversata dai segni dei nostri incontri passati.Ogni tanto mi chiedo come ella giustifichi, con gli altri, le strisce viola sulla schiena, sulle natiche e intorno ai polsi, ma, contemporaneamente, lascio questa curiosità sospesa, in fondo non mi interessa, una parte essenziale del nostro perverso, serissimo, gioco è proprio l’assoluta assenza di informazioni reciproche sulle nostre vite fuori da questo oscuro angolo di purgatorio.Con gesti misurati, prendo la corda, mi avvicino e inizio a cingerle i polsi, facendo poi passare un capo intorno al collo, tornando infine ai polsi.Indietreggio di un passo, osservo il risultato, ne apprezzo la rigorosa simmetria.La mia mano è di nuovo sul tavolo, senza l’aiuto della vista, arriva a sfiorare il manico del frustino nero, lo afferro e ne saggio l’elasticità piegandolo un poco, lo muovo poi velocemente nell’aria per ascoltarne il sibilo sinistro.È sufficiente questo suono per far chinare fino a terra il capo della mia schiava, le braccia appena piegate a scoprire le natiche pallide, che sfioro con la punta del frustino.Le carezze possono durare pochi secondi come alcuni minuti, non c’è regola e ogni volta che alzo il frustino, la vedo irrigidirsi nell’attesa di quel primo colpo che teme e desidera.Il tempo si dilata e si contrae, perde il ritmo che, fuori di qui, scandisce la vita di tutti.Sollevo il braccio l’ennesima volta, ma, ora, la delicatezza è scomparsa dal mio gesto, vibro il primo colpo sulla pianta dei piedi nudi, poi un altro sulle natiche e poi ancora e ancora.Ognuna delle staffilate segue un preciso ordine, crea un disegno, traccia la mappa del mio e del suo piacere.Percossa e piegata, nel corpo e nella mente, tenta di rimanere immobile come si conviene, ma non può controllare gli impercettibili fremiti, il ritmico contrarsi delle gambe, il lento movimento del bacino.La leggera fragranza del suo umore che si fa strada, giunge sino a me, il sottilissimo filo di un nuovo aroma si aggiunge alla trama dell’impalpabile tessuto che presto vestirà ogni angolo di questo piccolo universo.Il solco fra le labbra si fa lucido, le prime timide, piccolissime gocce, scendono a bagnare il clitoride che spunta, offerto al mio sguardo.Tiro verso l’alto la corda che le cinge i polsi e il collo, docilmente asseconda la mia volontà e, senza alzare lo sguardo, torna in ginocchio.Apro la giacca, i pantaloni e libero il mio sesso duro a pochi centimetri dal suo viso.Gli angoli della bocca si sollevano, appare l’ombra di un sorriso lascivo e riconoscente, mentre la mia mano le afferra i capelli.La lingua che percorre l’asta è calda e morbida, lentamente sale fino a raggiungere la cima, per poi guidare il mio sesso fra le labbra dischiuse.Muovo i fianchi, tenendole il capo, possedendole la bocca, spingendo per sentire la sua gola, per sentire i capelli solleticarmi il ventre.Il mio respiro si fa sempre più affannoso, il movimento sempre più rapido, finché il mio orgasmo si libera in lei che se ne disseta con muta gratitudine.Resto immobile per qualche istante, scosso soltanto dalle ultime contrazioni del mio piacere, poi, dopo averla fatta alzare in piedi, le indico con la mano la croce.Leggera, quasi fosse senza peso, si avvicina alla parete, fermandosi a un passo dal muro.Ricompongo il mio abito e la raggiungo per sciogliere il nodo ai polsi.Si volta e, per un istante, i nostri sguardi si incrociano, nella penombra i suoi occhi sono pozzi oscuri nel fondo dei quali brilla la luce della lussuria.Il contatto del legno con la pelle segnata dal frustino la fa rabbrividire, ma ciò non basta a farle perdere, nemmeno per un istante, il controllo.Le cinghie di cuoio si stringono ora ai suoi polsi e alle sue caviglie, le gambe aperte liberano alla vista il pube liscio e roseo.Indietreggio verso il tavolo senza distogliere lo sguardo dallo spettacolo, noto ma sempre sorprendente, di quel corpo splendido crocifisso.Il manico di cuoio della frusta è familiare nella mano, lo accarezzo, ne saggio la consistenza e il peso, mentre mi avvicino di nuovo.Le strisce che appaiono sulla pelle sembrano raggio di un sole rosso sul ventre, assomigliano a lunghi fili d’erba vermiglia sulle cosce, abbracciano come una rete i seni, confondendosi quasi con il colore dei capezzoli.Non un gemito si affaccia dalla bocca socchiusa della mia ancella, mentre i colpi si susseguono.Il silenzio è violato soltanto dal sibilo nell’aria e dallo schiocco della frusta sulla pelle.Un rivolo sottile di piacere, che scende sulla gamba è il segnale; fermo il braccio, lascio cadere a terra la frusta e porto la mano al taschino della giacca.Ne estraggo un piccolo cucchiaio d’argento, lucido, avvolto in un panno di velluto nero e liscio.Mi avvicino al suo sesso e, con cura, raccolgo il suo umore nel cucchiaio, fino a riempirlo quasi per metà.Sciolgo le cinghie della croce per liberare le gambe e le braccia della mia sottomessa, poi torno al tavolo, verso attentamente il contenuto del cucchiaio in un nuovo fornello per le essenze, accendo la fiammella e, infine, mi porto il cucchiaio alle labbra per detergerlo completamente.In silenzio come era entrata, ella s’avvicina alla porta, apre il chiavistello e scompare dietro l’uscio.La luce delle candele si fa sempre più debole, torno a sedere sulla mia poltrona e chiudo gli occhi.L’ultima essenza, la più preziosa, si spande dolce e prepotente nell’aria.

Essenzeultima modifica: 2008-03-17T10:16:01+01:00da shujin
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